Piccoli smidollati crescono

Mea culpa. Un mese fa scrissi un articolo intitolato «Se il cocco ha sempre ragione» per tirare le orecchie a un gruppo di genitori milanesi. Avevano fatto una piazzata di fronte alla questura per protestare contro l’arresto per rissa dei propri pargoli, sedicenni o al massimo diciannovenni. Invece di prendersela con i figli, se la prendevano con la polizia. Estendevo il discorso sulla deriva giustificazionista di un po’ tutti noi mamme e papà del giorno d’oggi, e facevo un esempio: quando eravamo bambini noi, se prendevamo un cinque rimediavamo un ceffone un secondo dopo averne dato notizia in casa; oggi l’insufficienza crea problemi solo agli insegnanti, che si vedono recapitare via diario una richiesta di appuntamento urgente per le rimostranze del caso. Se poi qualcuno si azzarda a bocciare un lazzaroncello, viene trascinato davanti al Tar.
Mea culpa, perché la realtà è assai diversa. In peggio, però. L’altro giorno a Ferrara un insegnante di ginnastica che aveva sgridato un alunno che disturbava con il telefonino, è stato preso a calci e pugni dalla mamma e dal di lei compagno: ha perso due denti e il profilo del naso. Ieri a Bari è stato malmenato - e addirittura minacciato di morte - il preside di una scuola media. Ad aggredirlo una congrega di genitori seccati per le pagelle «poco piacevoli».
Diffidate di chi cercherà di minimizzare dicendo che i genitori di Ferrara sono due balordi e che l’episodio di Bari è spiegabile con l’immancabile «degrado delle periferie». Sono balle. Le aggressioni di questi giorni sono sicuramente casi estremi, ma figli legittimi di un andazzo più che generalizzato. Sono balle anche perché, tanto per dire che l’estrazione sociale non c’entra nulla, la gazzarra di fronte alla questura di Milano è stata messa in scena da famiglie cosiddette «bene», prova ne sia il fatto che una delle contestazioni rivolte ai poliziotti è stata quella di essere «dei pezzenti da milleduecento euro al mese».
La verità è che siamo una generazione di genitori senza attributi. Faccio un altro esempio, che può sembrare banale, ma chi ha avuto esperienze del genere capirà. Quando - anni Settanta - giocava a calcio, nei giovanissimi, il sottoscritto, a vedere le partite non veniva nessun genitore. Ne ricordo come sempre presente solo uno, il papà del portiere, che era un fenomeno e infatti finì al Milan. Oggi una partita di bambini di nove-dieci anni si gioca in una bolgia. Decine di mamme e papà che magari sono professionisti affermati si trasformano in ultrà della curva: l’allenatore, che è uno che sacrifica due sere la settimana e il sabato pomeriggio per far giocare i nostri bambini, è apostrofato come «un pirla che non capisce come deve far giocare mio figlio»; all’arbitro - altro poveraccio che spende il suo tempo libero così - non si grida più «cornuto» solo perché oggi la coppia è aperta per definizione: ma si grida ben di peggio. È curioso vedere come i piccoli non protestano mai per una punizione invertita, e sorridono anche quando perdono: a noi genitori, invece, viene un fegato così.
Possiamo dare ragione a un ministro del governo Prodi? Ma sì: ha ragione Giuseppe Fioroni, responsabile della Pubblica Istruzione, che ieri ha commentato i fatti di Bari dicendo che «è un problema del Paese, non solo della scuola». Ha detto anche: «I protagonisti sono stati dei genitori, che sono il primo livello educativo... C’è un’emergenza del vivere civile e del rispetto delle regole che riguarda tutti: scuola, genitori, famiglie, mass media».
Impossibile dargli torto. Siamo qui tutti, noi giornalisti per primi, a parlare di problemi politici ed economici: ma uno dei drammi più preoccupanti del nostro tempo è l’aver abdicato al dovere dell’educazione. C’è una generazione che per pigrizia ha rinunciato a mettere dei paletti ai propri figli - è molto più comodo dire sempre di sì - e per i cascami dell’ideologia sessantottina («Vietato vietare») ha fatto tabula rasa di tanti valori tradizionali e di ogni senso dell’obbedienza, della disciplina, del dovere, dell’autorità. Quanti danni ha fatto la mielosa affermazione secondo la quale il padre e la madre devono essere, soprattutto, «amici» dei propri figli.
Mi rendo conto che a far simili discorsi si passa per reazionari. Ma ci sarà pure una via di mezzo tra la scuola delle bacchettate sulle dita e quella del «quasi suff»; tra i padri-padroni e i padri senza spina dorsale che tirano su smidollati destinati a perdersi alla prima, immancabile, difficoltà.