Il pittore viandante che ama Corniglia

In viaggio. Come i suoi personaggi. Da Bergamo a Corniglia. Dall'amata Liguria a esotici e spirituali luoghi sparsi per il mondo. Quest'anno la Russia, lo scorso anno la Terra Santa.
Così è Trento Longaretti, a 91 anni suonati: dinamico, in movimento, mai domo e neppure fermo. Proprio come i viandanti, i teatranti, i mimi, tutti protagonisti dei suoi celebri dipinti. Fuggiaschi in cammino, musicisti, (anzi: «musicanti» tiene a precisare il pittore) alla ricerca di qualcosa di sublime.
E anche quest'anno, proprio come negli ultimi quarant'anni, Longaretti è in cammino, dalla sua Bergamo alla sua Corniglia. Terra amata, d'adozione. Prende l'auto, tuttalpiù il treno, e parte, noncurante dell'età. «È un'esigenza, quando ho bisogno di stare tranquillo, quando sento la necessità di dipingere serenamente è qui che devo venire» ammette. In Liguria trascorre circa quattro mesi l'anno, oltre a tutte le festività. E qui, riesce a dipingere come non riesce fare altrove. È stato un colpo di fulmine, negli anni '70. Prima la scoperta di Framura, paesino in cui ama tornare, dove ha ancora una casa e dove «tutto torna indietro - dice - dove si ignora il progresso e il turismo». Poi, spinto dai racconti di amici, gente del posto e alcuni pittori genovesi, si è spostato. In cammino. Gli parlavano di seducenti terre vicine. Cinque Terre, e una, Corniglia, la meno famosa, la più bucolica, la più incantevole secondo Longaretti. E lì è andato. Un posto ricco di gente stravagante allora: alcuni hippy post '68, diversi artisti o sedicenti tali. Personaggi insoliti, come un signore che «passò anni a costruirsi una zattera per circumnavigare in solitario il globo, ma che affondò a Monterosso» racconta il pittore.
Eppure, lui che già dirigeva l'Accademia Carrara di Bergamo (carica avuta per 25 anni), lui che aveva già partecipato a quattro biennali di Venezia, alla quadriennale di Roma e a numerose mostre italiane e all'estero, lui artista serio, di spessore, riflessivo, si innamorò di quel mondo e di quel posto. «Il turismo non esisteva, la piazzetta era deserta perfino d'agosto» ricorda. Crea un primo studio. Poi un secondo, infine un terzo. «Sono stato sfrattato - scherza - perché la famiglia mi ha seguito e si è innamorata con la mia stessa intensità di queste terre». Il figlio Franco, bergamasco come lui, in Liguria ha deciso perfino di sposarsi, in una chiesetta di Framura semisconosciuta, anche se la moglie e tutti i parenti sono lombardi. «Il pittore è una bestia scomoda, dà fastidio. Dicono che la pittura puzza e i familiari si lamentano» riferisce Longaretti. Così erano necessari tre studi. E a muoversi, in cammino, è sempre lui. Da uno studio all'altro. Ma ora, dal suo terzo rifugio, difficile è sfrattarlo. Entriamo. E lui è lì, a dipingere. Ancora. Immancabile eccentrico papillon, consueto panama in testa e abiti di lino chiari, come suole indossare ogni estate. Si affaccia sul balcone che domina una scogliera a strapiombo sul mare. A oltre cinquanta metri dall'acqua. Manarola sullo sfondo. Una vista che gela il sangue, ferma il tutto. Ma non Trento. Non i suoi personaggi. Mentre dipinge, chiama i suoi protagonisti «figurine», quasi a voler sminuire se stesso. Quasi per infierire sullo stato di precarietà e fragilità dell'esistenza umana intorno cui ruota tutta la sua arte. Eppure in lui la fede religiosa cristiana è tanta e per questo lo dice, deciso: «Le mie figurine non sono disperate, ma speranzose». Non aspettano invano Godot, ma lo cercano. Lo inseguono in un peregrinare a tratti drammatico. Melanconico, come i segni delle pennellate dense per le sue madri col bambino. «Perché nel rapporto madre-figlio si raggiunge uno dei livelli più alti dell'amore» spiega. Tanto che, una sua mostra a tema aveva visto Longaretti contestato da un gruppo di attiviste femministe, perché riconoscevano nella sua fede e nella disperazione delle sue madri ostilità alla legge sull'aborto.
Il blu del cielo e del mare circondano il maestro mentre dipinge, ma il suo sguardo è più fino. «Io qui mi innamoro del verde». Il verde? Esatto: «Il verde di Coniglia è unico - racconta il maestro - Ha sfumature che non si trovano altrove». Il verde delle terrazze, quello delle vigne che danno vita a un vino tanto difficile da produrre, quanto facile da degustare. Il verde che circonda il suo primo studio, dove una volta c'era un vecchio mulino, immerso tra alberi e orti, in cui tuttora Longaretti lavora la terra, raccoglie la frutta, quasi come fosse un ragazzino. Ma da una casa all'altra, risale le balze, percorre le terrazze, attraversa il paese. Lo fermano tutti, tranne i turisti, soprattutto stranieri. Gente che ha invaso il paese e ha fatto la fortuna di tutti quei residenti, che non sono cambiati di una virgola: stessi modi, stesse tradizioni, stessi comportamenti sempre un po' burberi. Ma per Longaretti si fermano, lo salutano, lo chiamano maestro. Forse senza sapere, che quel maestro è uno dei più grandi pittori del '900, che ha quadri esposti ai Musei Vaticani, nella galleria Hamilton, nel Duomo di Milano, nel museo d'arte moderna di Basilea e in molte chiese da Calgary a Damasco. Maestro, come loro chiamavano quegli artisti strampalati degli anni sessanta. Ma Longaretti, si toglie il panama e ringrazia, dal ristoratore della piazza al droghiere che vende un po' di tutto. Anche i giornali, se ci si ricorda di prenotarli il giorno prima.
Gente semplice quella di Corniglia, gente che Longaretti ha imparato a conoscere e ad amare. Per loro nel 2002 ha eseguito due vetrate della chiesetta di San Pietro. E non ha chiesto un denaro. «Glielo avevo promesso al parroco - spiega il maestro - anche se alla fine mi hanno lasciato fare proprio tutto. A mie spese, le ho dovute pure montare. E si sono guardati bene dal darmi un rimborso. Ma loro sono fatti così». E sorride, pronto a ripartire.