LA POLITICA DEL CALZINO

La richiesta di rinvio a giudizio di 44 imputati per il crac Cirio, a due anni dall’apertura dell’inchiesta, può far ritenere che solo i Pm possano mettere un po’ d’ordine nella finanza italiana. Attenzione però, si corre più di un rischio. La politica, e in specie la maggioranza, ha le sue colpe. Se nei due stessi anni in cui la Procura di Roma indagava su Cragnotti&Co avesse approvato la legge sul risparmio avrebbe spuntato le armi giudiziarie. Le norme però non bastano. L’esperienza americana insegna che anche la migliore legge può fare poco contro gli scandali finanziari. Solo poche settimane fa è saltata la Refco con un buco da quattro miliardi. Tre volte Cirio. Nonostante le severe norme della Serbanes Oxley, varate poco dopo lo scoppio dei primi scandali di Wall Street. Che però hanno permesso al Congresso americano di riprendere in mano il suo ruolo di guida.
Il rischio del protagonismo delle Procure in Italia, rimasto intatto per l’inattività della politica, ha il suo culmine in altre recenti vicende finanziarie. Le scalate di Bpi su Antonveneta e Unipol su Bnl ne sono l’esempio più clamoroso. La magistratura in questi casi non ha il minimo bisogno di portare a termine i propri procedimenti.
Il caso della Bpi, la ex popolare di Lodi, e del «mostro Fiorani» è emblematico. Tra la fetida evocazione di provvedimenti cautelari e sequestri giudiziari di azioni, la banca è di fatto commissariata dalla Procura di Milano. I suoi vertici da mesi sono usciti di scena. Ieri il consiglio di amministrazione si è dimesso nella sua interezza. Con il tempo si potranno provare i reati commessi. Ma ciò che importa è che ora e subito si è ottenuto un effetto: far sì che la scalata di Bpi alla Antonveneta non andasse in porto. Consentendo agli olandesi di Abn Amro di conquistare la banca padovana. Vi è l’obbligo di perseguire i reati. E infliggere le pene. Ma nella finanza sembra ormai di assistere ad una sorta di «carcerazione preventiva delle scalate»: intanto si «arresta l’Opa» e poi si vedrà. Agendo sulla tenuta dell’imputato alla «mani pulite»: ti avviso, ti interrogo, ti lascio, ti riprendo, ti reinterrogo. E se poi serve ti arresto.
Su un altro versante della finanza la politica sembra al contrario fin troppo occupata. È il caso dell’Unipol. Non siamo tra coloro che ritengono illegittimo da parte delle cooperative rosse scalare una banca come la Bnl. Ma lo spettacolo che la sinistra sta dando nel contestare o parteggiare per la società guidata da Consorte è imbarazzante. Così come lo sarebbe se dell’intera vicenda, come pare, sarà investita la segreteria dei Ds. Le cooperative rosse, o bianche, o viola scalino pure, se ne hanno le risorse, qualsiasi banca italiana. Ma non riusciamo a capire perché della vicenda se ne debba occupare una segreteria di partito. Sono passati gli anni e i luoghi: per Bnl non più la via del Corso di Craxi, ma la via Nazionale di Fassino.
Le due scalate bancarie purtroppo lasciano un sapore amaro e bipartisan in bocca. Quello di una maggioranza che ha capito troppo tardi la necessità di dare un segnale forte al mercato e all’opinione pubblica riguardo la tutela dei propri quattrini. E quello della minoranza che specularmente si impiccia della gestione financo minima del mercato finanziario. In mezzo la magistratura che commissaria una banca e «rivolta come un calzino» l’altra. Queste ultime parole di un senatore ds doc, Gavino Angius. Già sentite da queste parti.