La politica prevalga sulla finanza tossica

Il mondo guarda attonito e speranzoso al summit di Washington tra i 20 maggiori Paesi del mondo. Tutti sanno che un weekend di lavoro non sarà sufficiente a prendere decisioni e l'assenza del nuovo presidente americano che si insedierà solo il venti gennaio prossimo, farà sentire tutto il suo peso.

Da questo summit ci attendiamo comunque un segnale politico forte sulla necessità a) di riscrivere le regole dei mercati finanziari mondiali; b) di ritrovare, dopo la fine degli accordi di Bretton Woods, un nuovo ancoraggio delle monete diverso dall'oro; c) un coordinamento degli interventi a sostegno dell'economia reale che, pur nella diversità di ogni contesto nazionale, possano attivare una massa critica per contrastare con un'onda altrettanto forte lo tsunami recessivo che si sta scaricando in tutti i Paesi.

Tre titoli, dunque, tre linee guida da approfondire in tempi brevi da altrettanti gruppi di lavoro che darebbero ai mercati di tutto il mondo la sensazione concreta che la politica c'è e che il summit di Washington è l'inizio della fine della più grande crisi finanziaria della storia dell'uomo non fosse altro che per la sua vastità. Un segnale da solo non basta, però, se non si lasciano intravedere i binari lungo i quali i governi si muoveranno. Noi siamo tra quelli che ritengono importante ripristinare regole e controlli che per quasi 20 anni sono stati posti in soffitta in ossequio a un pensiero unico e debole secondo il quale il mercato avrebbe saputo curare da solo i propri eccessi e le proprie degenerazioni. E abbiamo visto come è finita.

Non deve essere più possibile, ad esempio, consentire ancora di vendere titoli allo scoperto, cioè senza possederli, o di preparare quelle «salsicce» dei prodotti derivati nei quali non si sa cosa si nasconde. Come si sta facendo da tempo per il cibo chiedendo la sua origine e i suoi ingredienti altrettanto bisogna fare per i prodotti finanziari riducendo, inoltre, in maniera draconiana l'uso della leva finanziaria responsabile della crescita incontrollata del debito. Altrettanto netta deve essere la distinzione tra mercato retail e investitori istituzionali. Non tutto ciò che può essere venduto ai secondi può essere poi rimesso nelle mani dei piccoli risparmiatori agli sportelli bancari. Alla stessa maniera le banche d'affari devono avere controlli stringenti, ancorché diversi, come quelli che hanno le banche commerciali.

Sul terreno valutario, poi, vanno ridotte quelle crescenti asimmetrie per cui la Cina, piuttosto che attrarre investimenti dall'estero per il basso costo della manodopera, ha finito in questi anni per finanziare con il proprio risparmio lo «scialo» americano aiutato dal fatto che la sua moneta era sottovalutata. In questa direzione la proposta più saggia potrebbe essere una sorta di serpente monetario mondiale. Si fissano le parità centrali e poi si consente l'oscillazione delle singole monete di 5-6 punti sopra o sotto la parità. Insomma, la vecchia e positiva esperienza del serpente monetario europeo esteso alle maggiori monete mondiali. Da più parti, infine, si è parlato di un ruolo del Fondo monetario internazionale come nuova autorità di controllo dei mercati mondiali. La linea può essere quella giusta, ma il fondo deve profondamente modificare la sua struttura e la sua missione.

La gestione degli squilibri deve ad esempio, mettere sullo stesso piano gli interessi dei Paesi creditori e quelli dei Paesi debitori eliminando così i privilegi di chi rischia il proprio danaro avendo assunto consapevolmente dei rischi rispetto a chi mette in discussione il proprio lavoro senza aver assunto un bel nulla. Molto più semplici saranno invece le misure di sostegno alle economie reali che saranno decise dai singoli Paesi e, per quanto riguarda noi, anche dall'Europa. Tutto sarà vano però se sin dall'inizio non si ripristina quella filiera tra fiducia, nuova regolamentazione dei mercati, ripresa del credito bancario e sviluppo economico se cioè, al dunque, la politica non dà netta la sensazione di aver ripreso nelle proprie mani il filo del suo primato senza lasciarsi intimidire, come è avvenuto in questi anni, da quel potere finanziario spesso senza volto e senz'anima.

Il vero avversario da battere, infatti, non è la globalizzazione che pure va governata, ma la finanziarizzazione dell'economia che toglie valore al lavoro, all'industria e al commercio per darlo alla finanza. È questa la vera svolta epocale che tutti attendiamo.