Il 25 aprile non piace più Gli italiani sono stufi di parlare di Resistenza

Rilevazione choc: il 58% ritiene obsoleto discutere sulla fine del fascismo. A vuoto l'appello di Mattarella

RomaIl 25 aprile è ancora attuale. La Liberazione è ormai un «patrimonio di tutto il Paese». Ma la Resistenza no. Quella non è di tutti, né si può considerare un fatto storico da archiviare e studiare. Di più. Non si possono mettere sullo stesso piano i morti di Salò e quelli partigiani. Compresi quelli che si macchiarono di delitti contro i «vinti», disarmati a guerra finita.

Il 25 aprile interessa sempre meno. Le generazioni che l'hanno vissuto in prima persona stanno scomparendo. La maggior parte degli italiani non lo ritiene attuale, come emerge da un sondaggio. In compenso la data simbolo della fine della dittatura fascista continua a dividere chi ci crede. Ognuno sulle sue posizioni, come nel secolo scorso, quando la memoria era viva e i partiti politici della Prima repubblica forti e legittimati.

Sergio Mattarella in un'intervista a Repubblica ha raccontato il suo primo 25 aprile da presidente della Repubblica. Passaggio chiave del colloquio con Ezio Mauro quello sui giovani volontari della Repubblica sociale di Benito Mussolini. Per quelli che «combattevano in buona fede», ha spiegato il Capo dello Stato su una domanda molto specifica di Mauro ispirata da un'idea di Calvino, «credo che la pietà e il rispetto siano sentimenti condivisibili». Però «questo non ci consente di equiparare i due campi: da un parte si combatteva per la libertà, dall'altra per la sopraffazione».

I delitti del triangolo rosso, sono «casi gravi e inaccettabili». Piazzale Loreto «un episodio barbaro e disumano». Però va «svolta una considerazione di fondo: gli atti di violenza ingiustificata, di vendetta, gli eccidi compiuti da parte di uomini legati alla Resistenza rappresentano, nella maggior parte dei casi, una deviazione grave e inaccettabile dagli ideali originari della Resistenza stessa. Nel caso del nazifascismo, invece, i campi di sterminio, la caccia agli ebrei, le stragi di civili, le torture sono lo sbocco naturale di un'ideologia totalitaria e razzista». La narrazione è quella ufficiale degli ultimi 70 anni. Tutto vero, ma non si fanno i conti con l'ideologia comunista che avevi ispirato le vendette dei partigiani ed era parte della Resistenza quando aveva già avuto come sbocco naturale il regime dell'Unione sovietica. Che in fatto di stragi di civili non è stato secondo a nessuno.

La novità di Mattarella è semmai che non cita la resistenza comunista nemmeno per celebrarla. L'intento è quello di fare passare l'idea di un patrimonio ormai condiviso. «Tranne poche frange estremiste e nostalgiche, non credo che ci siano italiani che oggi si sentano di rinunciare alle conquiste» della resistenza. «Proprio per questo va affermato che il 25 aprile è patrimonio di tutta l'Italia».

La memoria del Presidente della Repubblica è molto selettiva e di parte, anche nel senso buono. Democristiana. Aveva solo quattro anni e ricorda il padre antifascista. «Diciannovenne nell'anno del delitto Matteotti, aveva fondato nel suo comune la sezione del Partito popolare di don Sturzo e aveva subito percosse e olio di ricino». Omaggio cattolico al socialismo pre regime. Mattarella dice però di essere cresciuto «nel culto delle figure di Don Minzoni», «Don Morosini, Teresio Olivelli». Tutte figure della resistenza bianca, quella cattolica. Rende omaggio ai militari «che rifiutarono di arruolarsi nelle camice nere». Anche loro ieri in ombra, oggi celebrati. Un pezzo di resistenza si riprende la rivincita sulla Brigata Garibaldi, fino a pochi anni fa considerata l'unica vera formazione partigiana. Ma forse sono sforzi inutili, se è vero che in un sondaggio realizzato ieri per Agorà , solo il 36% ha detto di ritenere attuali i valori della resistenza, contro il 58% di no. Di condiviso, più che la memoria, a quanto pare c'è la volontà di andare oltre.