Assalto talebano a un hotel Un italiano tra le 14 vittime

L'Afghanistan crudele si ruba la vita di un altro italiano. Dopo i 54 militari mai tornati, dopo Barbara De Anna, la funzionaria italiana uccisa due anni fa, tocca a Sandro Abati, un 48enne di Alzano Lombardo nel Bergamasco. Abati, residente in Kazakistan, era a Kabul come consulente per una società specializzata in investimenti per la ricostruzione afghana. Con lui è morta mercoledì notte anche Aigerim Abdulayeva, la 28enne fidanzata kazaka con cui Abati si trovava al Park Palace Hotel di Kabul. Era un viaggio di lavoro, ma anche l'occasione per visitare un Paese dal fascino esotico quanto tragico prima del matrimonio a San Pellegrino. Ma l'Afghanistan, purtroppo è stato all'altezza della sua fama. Mercoledì sera, mentre al Park Lane è in corso una festa per occidentali, un commando talebano supera le misure di sicurezza infiltrandosi nell'hotel. Il governo afghano inizialmente parla di un attacco messo a segno da tre combattenti. Poi però la polizia rettifica attribuendo l'assalto, costato in tutto 14 morti, a un unico militante suicida. Un particolare confermato dalle rivendicazioni talebane. Ma se un attentatore solitario è riuscito a resistere per sette ore alle incursioni delle forze di sicurezza addestrate da noi occidentali allora c'è veramente da chiedersi a cosa siano serviti 14 anni di missione Isaf/Nato costati, solo a noi italiani, quattro miliardi di euro e le vite di 53 soldati. E a che serva la nuova missione "Resolute Support" per la quale spenderemo da qui al 2017 altri 480 milioni di dollari e terremo a Herat 600 soldati impegnati proprio nell'addestramento degli afghani.

Non fraintendiamo. I soldati italiani il loro dovere l'hanno fatto. I contingenti afghani sfornati dai nostri addestratori sono i pochi a garantire un minimo di efficienza. Sul terreno i nostri militari hanno combattuto alla pari - se non meglio - di altri contingenti, ma soprattutto si sono distinti in quelle operazioni di appoggio ai civili indispensabili per guadagnarsi il consenso della popolazione. L'impegno italiano è stato però vanificato dal complessivo fallimento di una missione afghana concepita da Barack Obama alla stregua di una promessa elettorale. Il dispiegamento ad orologeria delle forze Nato, l'alternanza di comandanti con visioni spesso discordanti, la presunzione d'imporre istituzioni e sistemi elettorali estranei alla mentalità locale e la scelta di costruire un esercito afghano basato su standard occidentali hanno portato alla situazione attuale. Una situazione in cui gli assalti come quello costato la vita a Sandro Abati sono routine quotidiana. Una situazione in cui il prolungamento fino al 2017 della missione "Resolute Support" e il ridispiegamento di unità combattenti annunciato dalla Nato sono solo palliativi capace di ritardare, ma non di evitare il ritorno dei talebani. Per questo noi italiani faremmo meglio a togliere il disturbo.