Blue Whale, le «Iene»: falsi i video sui suicidi Rischi di emulazione

Milano Blue Whale: maneggiare con cura. Si parla di autolesionismo, tentativi di suicidio e suicidi compiuti, in tutti i casi le vittime sono adolescenti. Contenuti che, da manuale, andrebbero trattati mantenendo un profilo basso. L'esatto contrario del sensazionalismo e del circo mediatico. Il motivo è semplice: alcuni ragazzini, magari fragili, possono essere facilmente influenzabili. Il rischio di emulazione di un gesto letto sui giornali o visto in tv è dietro l'angolo.

Con la cosiddetta Blue Whale Challenge, la sfida online per cui i giocatori vengono spinti a farsi del male in prove sempre più estreme fino al suicidio, è scattato il cortocircuito. Dopo il primo servizio a metà maggio delle Iene, programma molto seguito dai giovani, il clamore è esploso. E si è innescato un meccanismo auto alimentato di segnalazioni, denunce di genitori in ansia, psicosi e insane imitazioni del presunto «gioco» originale. Ora si scopre che il «seme» alla base del fenomeno era guasto. L'autore del servizio di Italia1, Matteo Viviani, ha ammesso in un'intervista al Fatto Quotidiano che i video usati per realizzarlo erano un falso. «Me li ha girati una tv russa su una chiavetta - ha spiegato - e ammetto la leggerezza nel non aver fatto tutte le verifiche. Ma erano comunque esplicativi di quello di cui parlava il servizio. Era solo il punto di partenza. Cambiava qualcosa se mettevo un voice over di quattro secondi in cui dicevo che quei video non erano collegati al Blue Whale?». Quanto cambia mettere il segno «più» invece del segno «meno» davanti a un numero. Anche il caso del 15enne di Livorno che si è gettato da un palazzo, citato come esempio nel servizio, non avrebbe alcun collegamento con Blue Whale. Secondo gli inquirenti, e secondo la Procura di Milano che ha aperto una decina di fascicoli per fare le dovute verifiche ma ha subito invitato alla prudenza, nel nostro Paese non è emersa finora alcuna prova che colleghi casi di suicidio (o tentativi) alla regia dei cosiddetti «curatori». Il punto è che è troppo tardi. Le segnalazioni, ormai sono centinaia quelle raccolte dalla polizia postale, sono arrivate praticamente tutte dopo il servizio delle Iene e le riprese sui giornali. Da una parte genitori e insegnanti avranno collegato a posteriori il gesto autolesionista di un ragazzino a quel «gioco» perverso di cui avevano letto. Dall'altra gli adolescenti avranno voluto provare ad affacciarsi al tunnel chiamato Blue Whale. Oppure avranno dato questa nuova forma, resa attraente dal web, a un disagio che già c'era. Infine sono nati su internet gruppi che inneggiano all'autolesionismo. Tutti frutti avvelenati.