Borse in discesa, ma il petrolio perde ancora E a rischio ora c'è il gas destinato all'Europa

Doha si affaccia sullo stretto di Hormuz: possibili ricadute sulle forniture

Per Doha è un dejà vu, l'esatta riproposizione del crollo della Borsa subìto nel 2014 in seguito al ritiro dal Qatar degli ambasciatori di Arabia Saudita, Barhein ed Emirati Arabi Uniti. Allora, c'era in ballo l'appoggio quatariota ai Fratelli Musulmani del deposto presidente egiziano Mohammed Morsi; adesso, è l'accusa di sostenere i gruppi armati come Isis e Al Qaeda, ma agli occhi degli investitori la sostanza non cambia: meglio cambiare aria. Il «liberi tutti» si è tradotto ieri in un -7,3% dell'indice del Paese mediorientale. Un terremoto però isolato. Altrove, è come se non fosse accaduto nulla. Le principali Borse mondiali hanno fatto spallucce ai guai del Qatar, con solo Milano in calo di quasi un punto percentuale. L'attenzione è già rivolta ai due eventi clou di giovedì prossimo, le elezioni politiche inglesi e la riunione in cui la Bce potrebbe fornire indicazioni sull'uscita dalle misure di stimolo non convenzionali. Poi, la prossima settimana, toccherà alla Federal Reserve decidere se alzare i tassi per la seconda volta dall'inizio dell'anno.

La concentrazione assoluta su tre avvenimenti di indubbio rilievo rischia tuttavia di non soppesare in modo adeguato i rischi che potrebbero derivare da un peggioramento della crisi tra il Qatar e gli altri Paesi del Golfo. Rischi che ha ieri ignorato perfino il mercato petrolifero, dove il barile ha chiuso in calo dell'1,4%, a 46,98 dollari, dopo un'effimera fiammata a inizio seduta. È il segnale di un generale pessimismo legato a un mercato dominato da un eccesso di offerta. La scorsa settimana le quotazioni del greggio erano calate di oltre il 4%, la flessione più evidente da inizio maggio, dopo la delusione degli investitori sul summit dell'Opec del 25 maggio che ha deciso di non tagliare ulteriormente la produzione.

La crisi diplomatica in Medio Oriente non sembra in grado di alterare lo status quo. Doha fa parte dell'Opec, il Cartello dei Paese esportatori, e produce 620mila barili al giorno, appena il 2% dell'offerta mondiale. È un pigmeo petrolifero circondato da tre colossi come Arabia Saudita, Iran e Iraq, ma è anche un vero e proprio gigante nel settore del gas naturale liquefatto con quasi 80 milioni di tonnellate di produzione annua, la cui destinazione è per buona parte l'Europa (circa il 23% del totale). Particolare non trascurabile, il Qatar, così come i Paesi con cui è in atto il braccio di ferro, si affaccia sullo Stretto di Hormuz, la lingua di mare lunga una sessantina di chilometri da cui transita il 30% dei commerci di petrolio via mare. Un'escalation della tensione fra i Paesi coinvolti nello scontro diplomatico potrebbe provocare una frenata delle forniture e, in ogni caso, introdurre un elemento di instabilità poco gradito ai mercati. Così come andrebbero tenute d'occhio le eventuali mosse del fondo sovrano quatariota, con i suoi 335 miliardi di dollari investiti in asset stranieri. Tutti quotati nelle Borse mondiali.