A Boston (50 anni dopo) c'è Kathrine, la donna che vinse per le donne

Nel 1967 fu la prima a correre nella 42 km

Una corsa non solo contro il tempo, ma contro i pregiudizi. Sono passati cinquant'anni da allora, ma quell'immagine di Kathrine Switzer, intenta a correre la maratona di Boston mentre viene strattonata e ostacolata da uno degli organizzatori, vale più di mille parole. Ostinata com'è, ha dato il via al superamento di barriere sociali invalicabili: quelle del maschilismo dello sport.

Da settant'anni, infatti, la maratona di Boston era riservata solo agli uomini («è pericolosa per le donne» l'assurda giustificazione). Ma nel 1967, Kathrine Switzer decise, camuffandosi, di parteciparvi (utilizzò la sigla K.V per non rilevare la propria identità). e fu la prima donna ufficialmente terminarla. Nonostante un direttore di gara (Jock Semple) che cercò di toglierle il numero di pettorale: «Vai via dalla mia corsa». Per fortuna a placcare Semple c'erano il suo allenatore e il fidanzato.

«Mi sono sentita profondamente umiliata e, a un certo punto, mi chiedevo se fosse il caso di abbandonare la gara» ha confessato. La voglia di proseguire quella cavalcata, però, superava di gran lunga lo stupore di chi a bordo strada si accorse di quella donna. «Se non avessi finito quella gara, avrebbero vinto Jock Semple e tutti gli uomini come lui. E nessuno poi avrebbe creduto che una donna fosse in grado di farlo».

Quelle immagini fecero subito molto scalpore. Non poteva che essere così. Nel 1971 New York aprì al gentil sesso, l'anno dopo anche Boston. Poi arrivò il fatidico anno 1984, quando finalmente fu deciso di introdurre alle Olimpiadi di Los Angeles la maratona femminile. Si stima che adesso più di metà (circa il 60%) dei runners statunitensi sia di sesso femminile. Alla faccia del sesso debole. E il merito va alla sua pioniera: Kathrine Switzer.

Lunedì, la stessa donna che cinquant'anni fa osò sfidare quelle convenzioni, è tornata a correre nello stesso posto e con lo stesso numero di partenza, il 261. Numero che è anche il nome del club di corsa femminile, il 261 Fearless, fondato dalla Switzer e ritirato poi al termine della gara. Ora in vetrina come cimelio.