«Ma chi parla di una bastonata ai preti sbaglia»

«Certo che l'ho letto il discorso di papa Francesco alla Curia romana. E anche attentamente». Il sociologo Massimo Introvigne ha le idee chiare sulle «bastonature di Bergoglio ai preti». «Questa è una interpretazione moralistica e restrittiva del suo intervento», sottolinea.

Quella corretta quale sarebbe?

«Bergoglio riprende l'invenzione di Benedetto XVI di rivolgersi alla Curia romana prima di Natale con forti contenuti e non con meri convenevoli. Papa Francesco ci ha dato un discorso molto denso. Mentre di solito molta attenzione cade sulle sue dichiarazioni in campo morale e sociale, chi lo segue come me sa che il 90 per cento del suo richiamo è di tipo spirituale».

Entrando nello specifico?

«Senza citare esplicitamente Antonio Rosmini, Bergoglio ha indicato le quindici malattie, le quindici piaghe che affliggono la Chiesa e che si ritrovano nelle diocesi, nelle parrocchie, nei movimenti, un po' dappertutto. Ma la loro radice è sempre la stessa. Ovvero la mancanza di preghiera, di vita sacramentale, il venir meno della pratica della confessione».

Il Papa non vuol innanzitutto far pulizia di queste malattie che si anniderebbero tra vescovi e cardinali?

«Sì, è così. Ma questo stesso discorso Francesco lo ha già tenuto ai preti, ai vescovi dei singoli paesi e ai movimenti laicali. Qui ha voluto dire che queste malattie si trovano non solo in curia, ma dovunque».

È un discorso molto duro...

«Per questo lo ha stemperato con una battuta quando ha detto di essere accusato di bastonare i preti. I preti sono come gli aerei: fanno rumore solo quando cadono. Ma la caduta di uno di loro fa un danno grave alla Chiesa».

Dunque, non è un discorso troppo duro.

«Quello che conta è che lui se ne rende conto. Ma qui ogni interpretazione politica cade fuori tema. Nella Esortazione apostolica Evangeli Gaudium , che è il suo documento programmatico, in tema di riforma della curia cita Giovanni Paolo II dove dice: parliamo pure di riforma della curia, ma dev'essere una riforma di tipo spirituale».

Quando ha parlato di schizofrenia esistenziale sembrava un riferimento alla curia.

«Ma è una malattia che si ritrova anche nelle diocesi, nelle parrocchie, negli ordini religiosi. Si possono prendere provvedimenti amministrativi e gerarchici, ma la verità è che preti vescovi e cardinali pregano e si confessano poco. E questo vale anche per noi laici».

Narcisismo, carrierismo: altri vizi ecclesiastici?

«Papa Francesco descrive una piaga e poi va alla causa. Come quando parla della sindrome di Marta, la sorella di Maria, molto concentrata sulle cose da fare, mentre Maria sembra perdere tempo dedicandosi alla preghiera. In realtà, è lei che ha scelto la parte migliore. Da sociologo, trovo che questo sia un discorso molto moderno».

Può spiegarsi?

«Mi riferisco al nostro rapporto con il tempo. Un rapporto malato, basta vedere quante diavolerie inventiamo per fare tutto più in fretta. Anche preti e vescovi rischiano di diventare amministratori, distanti dai rapporti umani, dalla vita delle anime. Giudicando il nostro rapporto con il tempo, il Papa ci dice di recuperare le priorità. Anche perché, dimenticando la vita spirituale ci esponiamo alla corruzione e alla dissoluzione».

Francesco dice che siamo affetti da una sorta di «Alzheimer spirituale».

«Facendo troppe cose rischiamo di perdere la memoria. Il prete si dimentica del motivo che sta all'origine della sua vocazione. Di perché, tra tanti mestieri, ha scelto di fare il prete. Nel momento iniziale doveva esserci un motivo alto e nobile. Ma, col tempo, lo ha disperso fra mille attività».

Come verrà recepito questo intervento?

«Alcuni lo vedranno come un'anticipazione della riforma della curia prevista per febbraio. Io spero che molti colgano come può cambiare la nostra vita, ciò che mi sembra tutto sommato più importante».