Il commissario che gestiva i "pentiti" spedito in periferia dopo un'inchiesta

Il caso di Carmine Gallo

Dietro le traversie del commissario Carmine Gallo c'è una delle grandi ipocrisie della giustizia italiana: il rapporto con i collaboratori di giustizia, ovvero «pentiti», e con il complesso mondo dei confidenti: una zona grigia, popolata più da gaglioffi che da suore di carità, dove però le indagini pescano da sempre a piene mani per risolvere delitti, catturare latitanti, realizzare grandi retate. Gallo è uno specialista di questi rapporti. Sa individuare le fonti, coltivarle, sfruttarle al momento buono. Sa anche, come è inevitabile, coccolarle. Grazie al suo lavoro con pentiti e confidenti lo Stato ha messo a segno colpi epocali: fu lui a accompagnare verso la dissociazione Saverio Morabito, il primo grande pentito della 'ndrangheta in Lombardia; fu lui, grazie a un suo vecchio confidente, a risolvere quel giallo planetario che fu l'uccisione di Maurizio Gucci, arrestando la moglie dell'erede del grande marchio; fu lui, grazie ai suoi contatti nelle famiglie della 'ndrangheta, a riportare a casa prima Cesare Casella e poi Alessandra Sgarella, gli ultimi lombardi finiti nelle mani dell'Anonima Sequestri. Oggi Gallo è confinato in un commissariato di periferia, dopo che la Procura di Milano - che per vent'anni ha utilizzato le sue indagini - ha deciso di processarlo per i favori che avrebbe fatto a un pentito, aiutandolo a scansare una inchiesta della procura di Venezia. L'inchiesta di Venezia poi è finita in nulla, l'associazione a delinquere teorizzata si è scoperto che non esisteva; e l'unico sotto processo per favoreggiamento è rimasto Gallo.