Dai Pontefici a Obama: le scuse senza pentimento nascondono l'ipocrisia

Per secoli ammettere le colpe è stato solo segno di debolezza. Ma è facile ricadere negli stessi errori

La lodevole pratica di chiedere scusa, o addirittura perdono, per gli errori e le colpe del passato venne inaugurata dal papa Adriano VI: alla Dieta di Norimberga del 1523 si impegnò a riformare la Chiesa partendo dall'ammissione delle «cose abominevolissime» di cui si erano resi responsabili i suoi predecessori. A quel generoso quanto sfortunato tentativo autocritico (non a caso Adriano VI, olandese, era uno dei pochi papi non italiani dell'epoca), seguirono quattro secoli e mezzo di intransigenza. Ogni ammissione di responsabilità storiche veniva considerata un inaccettabile cedimento nei confronti degli eretici. Bisognò arrivare al Concilio Vaticano II e a Paolo VI, negli anni Sessanta del Novecento, per arrivare alle prime ammissioni di colpa. Poi, a fine secolo, Giovanni Paolo II ruppe gli argini, chiedendo perdono per tutti e per tutto: le inquisizioni e l'antigiudaismo, la strage degli ugonotti protestanti e le guerre di religione, comprese le crociate, la latitanza della Chiesa in difesa dei diritti umani, la compiacenza ai totalitarismi, il maltrattamento delle donne e il caso Galileo, gli indios d'America e i neri...

Sembrerebbe dunque meno generoso lo scambio di visite fra i premier americano e giapponese (Obama a Hiroshima, e Abe a Pearl Harbour) per rendere omaggio alle vittime provocate dai rispettivi Paesi, senza chiedere scusa alcuna. Ma il problema non è questo. Il fatto è, come la stessa Chiesa ci insegna, che alla richiesta di perdono deve essere legato un pentimento vero, e la determinazione a non ricadere nell'errore. Portata in termini più spicci e quotidiani, la questione è così: se chiedo perdono a mia moglie per averla tradita, è implicita la promessa di non farlo più, e se sono in malafede la mia richiesta di perdono è strumentale e inattendibile. Colpevole, addirittura. Così, negli stessi anni in cui si scusava per avere usato strumenti poco cristiani contro antichi «nemici della fede», il Vaticano continuava la propria repressione del catechismo olandese, tanto più aperto di quello romano, e della Teologia della Liberazione sudamericana. Non con gli strumenti della tortura e delle armi certo, non avrebbe potuto ma con quelli che i tempi consentono per soffocare idee moleste: emarginazione, provvedimenti disciplinari, epurazione.

Allo stesso modo, Obama ha fatto bene a inginocchiarsi nel luogo dove gli Stati Uniti lanciarono la prima bomba atomica. Eppure, sono tante le guerre in corso dove sventola la bandiera a stelle e strisce, a torto o a ragione: qualcuno è disposto a credere che i successori di Obama, chiunque siano, abbiano davvero l'intenzione di non ricorrere più alla guerra?

@GBGuerri

Commenti
Ritratto di riflessiva

riflessiva

Mer, 28/12/2016 - 10:35

un altro super teologo. andiamo bene