Come una dea d'altri tempi La donna mitica di Valentino

Abiti-colonna di crêpe rimandano all'antica Grecia e il rosso non tramonta. Da Margiela torna la veletta

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Parigi «Se ti pungi con l'ago non protestare, è il mestiere che ti entra nel sangue» dicono le sarte esperte alle apprendiste. Thomas Mann invece diceva: «Il mito è il fondamento dell'esistenza, lo schema senza tempo, la formula per cui la vita si esprime quando fugge dall'inconscio». Pierpaolo Piccioli è partito da qui per inserire nell'alta moda di Valentino il concetto dell'eternità. Lo show comincia con un minuto di silenzio per Franca Sozzani che scivola dolcemente nella bellissima colonna sonora appositamente creata da Alexandre Desplat il compositore francese che ha vinto l'Oscar per le musiche di Grand Budapest Hotel dopo otto candidature al prestigioso premio. Il primo modello è un abito-colonna di crêpe plissettato color avorio che farebbe pensare ai miti greci anche se non si chiamasse «Euridice». Poi arriva «Galatea», un lungo vestito di chiffon blush ricamato con strass e micropaillette argentate sotto a un'evanescente camicia di tulle nella stessa tinta cosmetica del modello. Qui di mitiche ci sono solo le mani di chi ha cucito e ricamato questo capolavoro. «Ho fatto una riflessione sul tempo spiega Pierpaolo nel backstage viviamo in un mondo ossessionato dalla velocità ma ci sono mondi come la couture e la mitologia in cui il tempo non esiste. E dura molto più a lungo di una foto su Instagram». Si scopre così che nell'atelier Valentino di Piazza Mignanelli a Roma dove lavorano 80 sarti d'ambo i sessi tra i 24 e i 70 anni d'età, gli abiti e i tavoli vengono coperti da fogli di carta velina per proteggerli nelle pause della lavorazione. Su questa fodera che la camicia di chiffon riproduce nel modo più prezioso che si possa immaginare, una premiere disegna un fiore quando ritiene il capo pronto per la consegna. Altre nascondono qualcosa nell'orlo, magari una delle perline colorate cucite sul campione dei ricami. «Ho preso tutti i riti dell'atelier e li ho mischiati con i miti che fanno parte del nostro inconscio collettivo» conclude Piccioli poco prima di far sfilare 59 modelli d'inarrivabile bellezza. La statuaria greca prende vita nell'inaudita precisione delle cuciture per cui innumerevoli trecce di tulle e chiffon in 15 diversi toni di giallo diventano un abito modellato sul busto di una moderna Venere. L'inaudita leggerezza dei magnifici plissè si fa colonna e peplo allo stesso tempo.

Le foglie d'acanto dei capitelli corinzi sono il ricamo in piume verdi scolorite ad arte di una sublime cappa bianca portata con un pantalone dello stesso prezioso colore. Poi c'è un rosso Valentino che ti fa battere il cuore per la sua sofisticata semplicità e l'indimenticabile chitone in pizzo con intagli di velluto che riproducono le lingue di fuoco di Prometeo. Anche da Margiela quel genio di John Galliano costruisce un universo parallelo di pura bellezza partendo dalle velature o meglio dai filtri che si usano sui social per rendere più bella quella terra di nessuno che è la realtà virtuale. In mezzo c'è la grande maestria sartoriale di un uomo che ha riscritto i codici della couture trasformando lo scheletro del modello nel modello stesso, il colore in pura poesia. La veletta con il viso ricamato che sostituisce il trucco è meglio di qualsiasi effetto speciale su Snapchat. Viktor & Rolf ricostruiscono vecchi abiti vintage in nuovi meravigliosi capi di alta moda con la tecnica giapponese del Kintsugi che consiste nel riparare con preziose colate d'oro dei vasi rotti. L'effetto è molto bello, ma l'idea del vestito eterno, cioè recuperato a nuova vita è tipica della collezione Artisanal di Margiela. Del resto nella moda come nella vita è difficile inventare ogni giorno qualcosa di nuovo. Certo la formula della sfilata di Frank Sobier è antica come le piramidi: un gruppo di modelle vestite benissimo raggiunte in scena da stupendi bambini, musica eseguita dal vivo e code interminabili per entrare. Eppure anche se visti da lontano quei vestiti hanno tutta la magia del fatto a mano. Parlando di piramidi, comunque, nessuno fa un lavoro furbo come Elie Saab che parte dalla gente chic di stanza in Egitto negli anni Quaranta per costruire un'immagine di lusso contemporaneo.