Dibba costretto alla resa: "Mio padre assume in nero"

L'ammissione in un video tragicomico: «Noi del M5s costretti a non parcheggiare nemmeno in doppia fila...»

Attacca il Giornale ma solo per anticipare un'altra notizia. Nell'azienda di Alessandro Di Battista si è lavorato in nero. In un video pubblicato ieri sul suo profilo Facebook, il leader del M5s decide di raccontare quanto ancora non si sapeva della Di.Bi Tec, l'azienda di famiglia al centro di un'inchiesta del Giornale che ne ha scoperto i debiti con fisco, dipendenti e fornitori. La Di.Bi Tec, che produce sanitari e da cui Di Battista non si è mai dimesso dalla carica di socio e amministratore che ricopre da 13 anni, ha smesso di presentare i propri bilanci nel 2016. A confermare i mancati pagamenti era stato lo stesso Di Battista il 17 dicembre scorso. Ieri, l'ulteriore aggiunta: «Qualche giorno fa ho saputo da parte di mio padre che c'è un lavoratore in nero nella sua azienda».

La dichiarazione arriva con un video quasi teatrale per musica e scenografia. Con dietro il velo di una tenda che il vento gonfia e con le note di Wish you were here dei Pink Floyd in sottofondo, inizia la «deposizione» che vuole apparire sofferta e che parte con l'invito da parte di chi sta dietro la camera a confidarsi: «Vai». Di Battista comincia dicendo che sta per parlare di qualcosa di molto personale, si passa la mano tra i capelli, prende fiato e racconta: «Questa mattina mi ha chiamato mio papà e mi ha detto che è stato avvicinato da Filippo Roma delle Iene che gli ha fatto alcune domande sulla piccola impresa familiare». È Di Battista a quel punto a svelare del lavoratore pagato fino a oggi in nero: «È stato chiesto a mio padre: Ma lei ha un lavoratore in nero, lo ha avuto? Mio padre ha detto sì». Di Battista fa dunque un passo indietro e spiega che lo stato di salute della sua azienda lo ha conosciuto soltanto pochi giorni fa quando era in viaggio in Sudamerica e quando «sono apparsi alcuni articoli di giornale piuttosto diffamatori». In realtà l'ha sempre conosciuta dato che ha firmato i bilanci. Al rientro in Italia, il leader del M5s è andato da un legale con l'intento di procedere per via giudiziaria contro le notizie, avvalorate da lui medesimo, e quindi contro il Giornale: «Sono andato per dargli in mano gli articoli che sono stati pubblicati e per vedere se ci fosse la possibilità di fare determinate azioni legali; tra l'altro l'avvocato mi ha detto sì».

Insomma, dopo questa minaccia, Di Battista ha però uno scambio in auto con il padre e dice di scoprire che oltre alle insolvenze c'è pure il nero. «Ho chiesto a mio padre: È tutto a posto? Lui mi ha risposto di no. Io mi sono incazzato». Segue infatti, come ormai costume nel M5s, il processo nazionale del figlio contro il padre. E dunque papà Vittorio è il solo responsabile di questo sbaglio, («Mi sono incazzato a morte anche perché non mi ha detto niente. Perché non me lo hai detto? Io, come sapete, ho preso un'altra strada»), ma soprattutto colpevole di interrompere la rivoluzione in corso del figlio («Adesso sono tornato per portare avanti determinate idee come il No alla Tav»). Convinto di trovarsi a Caracas invece che a Roma e che il M5s sia inseguito dai militari anziché osservato da cronisti, Di Battista descrive poi la difficilissima esistenza di un grillino: «A noi ci fanno le pulci su tutto. Voi sapete come vive uno dei cinque stelle. Manco la macchina in doppia fila può mettere. Si vive in questo modo. Per noi deve essere tutto perfetto. Non sempre è semplicissimo. Ma io lo avevo messo in conto». Di Battista conclude promettendo di sanare la condizione del dipendente, insolentisce pesantemente Silvio Berlusconi, ma annuncia che andrà ospite da Barbara D'Urso. È questa la logorante vita di un ribelle.