Disinnescare le clausole può creare malcontento

Con la maxi rottamazione vincolata alla dual tax l'unica via resta quella degli sconti fiscali

Roma - La promessa di Luigi Di Maio alla platea di Confcommercio ha un costo certo: 12,4 miliardi di euro nel 2019 e 19,5 miliardi nel 2020. Incerte, invece, sono le modalità con le quali reperire la copertura finanziaria per questo obiettivo senza creare un malcontento che provocherebbe anzitempo la fine della luna di miele tra il nuovo esecutivo giallo-verde, le masse popolari e le imprese.

Non si potrà avere una risposta precisa prima del 19 giugno quando la Camera affronterà il nodo del Def. La risoluzione della maggioranza dovrebbe, infatti, contenere il piano dettagliato che consentirà, da un lato, di avviare il primo modulo della dual tax (destinato soprattutto alle aziende e alle famiglie numerose) e, dall'altro lato, di cominciare a disinnescare le clausole di salvaguardia. I due discorsi, infatti, si tengono insieme. Per la «tassa piatta» ad aliquota doppia si ipotizza una spesa iniziale di almeno 30 miliardi di euro cui aggiungere i 12,4 per evitare che l'Iva decolli l'anno prossimo al 24,2 per cento.

Al momento, perciò, non si può che procedere per esclusione. Ma la probabilità che il nuovo ministro dell'Economia, Giovanni Tria, sia in un certo senso «costretto» a seguire questo percorso è abbastanza elevata. In primo luogo, la pace fiscale, cioè la nuova maxi-rottamazione delle pendenze tributarie con tre aliquote (25, 10 e 6% a seconda delle disponibilità economiche e dello status familiare del contribuente), dovrebbe portare in cassa circa 35 miliardi. La possibilità che questo provvedimento si vada a sovrapporre con quello avviato dai governi Renzi e Gentiloni è elevato e, quindi, il gettito potrebbe essere inferiore a quanto preventivato. Ma anche se conseguito, sarebbe tutto dirottato sulla flat tax.

Resta la spending review modello Cottarelli, tanto sbandierata dai Cinque stelle durante la campagna elettorale, Il problema è che i risparmi conseguiti in questi ultimi anni (sotto forma di minore incremento della spesa corrente) sono stati tutti spesi con il bonus 80 euro e le altre provvidenze decise dal governo Renzi. Considerato che il nuovo esecutivo non vuole eliminare la detrazione permanente che consente a chi guadagna meno di 24mila euro lordi l'anno di avere circa mille euro in più in tasca a fine anno, resta veramente poco da sforbiciare senza che questo comporti una riprogrammazione generale della presenza dello Stato.

Resta, perciò, il capitolo delle tax expenditures, cioè degli sconti fiscali, da cui tanto il centrodestra quanto i pentastellati volevano pescare le coperture. In linea puramente teorica, in caso di dual tax su imprese e partite Iva il cui costo sfiora i 20 miliardi di euro si potrebbe pensare seriamente all'eliminazione degli incentivi che consentono alle aziende di abbassare il cuneo fiscale. Valgono 13 miliardi di euro e, casualmente, coprono proprio la clausola di salvaguardia. Ma senza flat tax intervenire su questo capitolo creerebbe un aumento della pressione fiscale. I Cinque stelle, infine, hanno sempre avuto il pallino dell'eliminazione degli incentivi alle aziende energetiche e non connessi alle rinnovabili. Valgono una ventina di miliardi di euro, ma eliminarli avrebbe ripercussioni sulle bollette. La materia, come si vede, è spinosa.