Dottrina Carboni al Tg1: alla maggioranza il 70%

La non-par condicio del direttore: 60% a M5s e Lega, 10% al governo. Briciole all'opposizione

Ha trasformato il primo notiziario di Stato in «Tele Di Maio» ma adesso conosciamo anche la regola con cui Giuseppe Carboni, direttore del Tg1, lo confeziona: 60 per cento di spazio al M5s e alla Lega; 30 per cento alle opposizioni; 10 per cento alle istituzioni. Dopo tre mesi di prove tecniche per addomesticare le notizie in favore del premier Giuseppe Conte e del vicepremier Luigi Di Maio, Carboni si è spinto alla teorizzazione di quella che è la nuova dottrina Rai: la dottrina Carboni.

Convocato in commissione di vigilanza Rai lo scorso 16 gennaio, Carboni ha sovvertito qualsiasi precetto giornalistico e ne ha proclamato uno nuovo. Nel Tg1 di Carboni non contano più le notizie, la cronaca della giornata, ma solo l'aritmetica e le percentuali. Insomma è il primo tg dove la scalata del M5s vale più della scaletta. Di fronte a una commissione che lo ascoltava e che gli chiedeva conto del calo degli ascolti inesorabile del suo tg, sempre più tallonato dal Tg5 (ieri a un passo: 20,2% di share contro il 22,8% del Tg1), Carboni dichiarava norma televisiva quella che non è «una norma codificata» ma che dal suo arrivo lo è diventata: «Faccio riferimento a una norma non codificata ma che tutti voi conoscete e che è trenta, trenta, trenta, dieci».

Secondo questa sua equazione giornalistica, alle forze di maggioranza tocca il 60 per cento dell'informazione mentre alle opposizioni non resta neppure il diritto di tribuna, la testimonianza. Accortosi di quanto fossero spropositate le sue frasi, Carboni non ha fatto altro che rifugiarsi nella novità storica, epocale di questa Italia. Se intervista M5s e poi Lega - prima come governo e poi come maggioranza - in pratica due volte, si deve solo, sono parole sue, al fatto che «siamo di fronte a un unicum, due vicepremier che sono capi di movimento».

In realtà, la dottrina Carboni non solo non è codificata in nessun manuale, ma contravviene a un atto di indirizzo della commissione di Vigilanza Rai che recita: «Tutte le trasmissioni di informazione devono rispettare rigorosamente, con la completezza, la pluralità dei punti di vista e la necessità del contraddittorio». A farlo notare è il deputato dem Michele Anzaldi: «Ormai per riequilibrare questo Tg1 non rimane che l'Agcom. Carboni finge di non capire che le notizie non sono a discrezione di un direttore ma sono notizie, tanto più in una tv di Stato che dovrebbe garantire il pluralismo».

Per Giorgio Mulé, portavoce Camera e Senato di Fi e componente della commissione Rai, si è di fronte a un'ennesima impostura: «Il metodo è questo: dare voce al governo, poi alla maggioranza che fa finta di criticare il governo ma che è pur sempre M5s e Lega, e solo alla fine alle opposizioni. Come dire, se la cantano e se la dichiarano». Ma la dottrina Carboni sembra essere passata anche sul sito del Tg1. Il 17 novembre scorso - nota ancora Anzaldi a essere ritenuto responsabile della salita dello spread è stato indicato nientemeno che il presidente della Bce, Mario Draghi. Ecco il titolo che è apparso: «Draghi sfida la Ue, fa salire lo spread». Dal suo insediamento, Carboni ha nominato oltre ai già 6 vicedirettori uno nuovo con questa motivazione: «È servito per seguire al meglio il flusso di lavoro. Devo avere una copertura completa, un controllo costante». Una costante e algebrica propaganda.