Il gigante degli occhiali che ha insegnato all'Italia a guardare più lontano

Con 450 negozi in tutto il Paese, oltre 1800 dipendenti e ricavi per 190 milioni, il marchio nato a Milano è ora leader nell'ottica

Paolo Stefanato

Centocinquant'anni, più uno. Era il 1865 quando Ignazio Porro, ricercatore, inventore di strumenti ottici, professore al Politecnico di Milano, fondò la Filotecnica, un'azienda dove avviò la produzione in serie dei suoi apparecchi, a cominciare dal «tacheometro» tuttora usato per misurare i terreni. E proprio da quel laboratorio, in quell'anno lontano, partono le radici di un'azienda commerciale moderna e nota al pubblico: Salmoiraghi&Viganò, basata sull'eredità di Porro, sviluppatasi grazie ai successi di due marchi concorrenti, poi riuniti da una multinazionale inglese e quindi tornati di proprietà italiana. L'azienda è rimasta fedele alle origini e vende occhiali: 450 negozi in tutta Italia. Una storia che parte familiare e che segue l'evoluzione dell'economia italiana, passando attraverso le guerre, coinvolgendo prima l'Iri e poi una multinazionale inglese; infine, lo scorporo delle attività italiane e l'acquisizione da parte di Dino Tabacchi, industriale padovano figlio di Guglielmo, per tanti anni «dominus» della Safilo.

Ignazio Porro, classe 1801, esce di scena negli anni Settanta dell'Ottocento vendendo la Filotecnica a un suo allievo non ancora trentenne, Angelo Salmoiraghi, che dimostra eccellenti qualità imprenditoriali. Ingrandisce l'azienda, apre negozi, spinge la ricerca, investe in uno stabilimento in via Raffaello Sanzio, a Milano, dove arriveranno a lavorare più di mille dipendenti. Fabbrica lenti, strumenti astronomici, apparecchi per misurazioni, strumentazioni navali. Nel 1906, all'Esposizione universale allestita nel Parco Sempione, costruisce un grande faro alto 55 metri il cui fascio luminoso è visibile fino a Bergamo, un simbolo che richiama il più recente Albero della vita. Fabbricava anche occhiali, e aprì negozi per il pubblico a Milano e a Roma.

Angelo Salmoiraghi fu un bell'esempio di quella borghesia illuminata che fece grande Milano alla fine dell'Ottocento, e diede il proprio contributo in molti campi: presiedette la Camera di Commercio, promosse l'Unioncamere, fu tra i primi Cavalieri del Lavoro, e nel 1912 venne nominato senatore del Regno. Nel 1937, poco prima di morire privo di eredi, cedette l'azienda all'allora giovane Istituto per la ricostruzione industriale facendola entrare sotto l'ombrello dello Stato. Nel 1943 lo stabilimento fu bombardato perché, fabbricando strumentazioni per la Marina, era un obbiettivo sensibile. L'azienda fu poi smembrata. La produzione di strumenti ottici passò ad Aeritalia, la fabbricazione di lenti all'Istituto Galileo. I negozi, per ultimi, vennero acquistati nel 1974 dal gruppo inglese Dollond&Aitchinson.

E qui facciamo un passo indietro. Mentre Salmoiraghi comincia a sviluppare la Filotecnica, un ambulante vende occhiali a Milano con un proprio banco nei mercati. È Angelo Viganò, quasi coetaneo di Salmoiraghi, che nel 1880 apre un negozio in via Tommaso Grossi, a due passi da Duomo. Si rivolge ai consumatori; non è un uomo di scienza, è un uomo di bottega, di scelte veloci e intuitive: gli affari vanno bene e l'ingresso del figlio Gianni, dopo la prima guerra mondiale, porta il brivido del marketing. Questi introduce due idee tuttora attualissime: l'esame della vista gratuito, in negozio, e il noleggio gratuito della macchina fotografica a chi compra i rullini e li porta a sviluppare. Come oggi il telefonino omaggio in cambio dell'abbonamento. Il successo è visibile e vengono aperte decine di vetrine, ovunque. Nel 1951 viene anche fondata una fabbrica a Rovereto (tuttora esistente, di proprietà Luxottica), dove nasce un brevetto fondamentale: l'occhiale con le stanghette flessibili.

Ma dieci anni dopo una scelta sbagliata rischia di portare tutto al fallimento: Gianni Viganò cerca di rilanciare un'azienda in crisi di radio e tv in crisi, la Allocchio Bacchini, ma non ci riesce. Muore nel 1970 e gli eredi vendono tutto in fretta e furia. E chi compra? La stessa Dollond, già in Italia con i negozi di Salmoiraghi. Per una decina d'anni le insegne restano separate, poi, progressivamente, vengono fuse e nasce la Salmoiraghi&Viganò di oggi. Nel 1993 un gruppo di manager con il sostegno di Citybank, lancia un'offerta e si compra Dollond; tra questi c'è un italiano, Riccardo Perdomi, che a sua volta rileva il ramo italiano i negozi a insegna Salmoraghi&Viganò, appunto - che gestisce fino al 2002. Anno in cui arriva a imprimere una nuova svolta Dino Tabacchi, forte di un'importante esperienza a Londra proprio nella distribuzione di occhiali. Oggi dopo 150 anni la catena si compone di 450 negozi in tutta Italia, con oltre 1800 dipendenti e ricavi per 190 milioni.