Un giorno di violenza nella «zona franca» tra Grecia e Macedonia

Situazione esplosiva nel campo profughi di Idomeni

Francesco De Palo

Di nuovo un volantino che chiama a raccolta diverse centinaia di migranti. Di nuovo la risposta della polizia macedone con granate, lacrimogeni e proiettili di gomma sparati da suolo ellenico. Non poteva che sfociare in altra violenza la situazione irrisolta nel campo profughi di Idomeni, dove più di 11mila migranti sono di fatti relegati in un imbuto, mentre gli estensori materiali dell'accordo capestro da sei miliardi di dollari con Ankara ancora pochi giorni fa parlavano di «svolta epocale».

Intorno alle 10 di ieri centinaia di rifugiati si sono ritrovati sulla linea ferroviaria in zona neutra tra Grecia e Mcedonia. Sono stati richiamati da un nuovo volantino scritto in arabo che dava appuntamento agli immigrati che volessero attraversare il confine.

Due giorni fa infatti la recinzione si era aperta, solo per pochi minuti, per far tornare in Grecia 25 iracheni e siriani, che avevano attraversato illegalmente il confine lo scorso 3 marzo.

Ma ieri una delegazione di cinque membri si è trasferita nella parte macedone tentando di negoziare con le autorità di polizia l'attraversamento del confine.

«Oggi o rompiamo la recinzione o moriamo», ha detto uno di loro. Allora la polizia macedone ha sparato i lacrimogeni e i migranti hanno risposto con un lancio di pietre.

Il bilancio è di 40 migranti feriti, e tre agenti delle forze speciali macedone. Da Skopje si difendono: nessuna violazione del territorio greco, ma una fotocamera li smentisce.

I poliziotti hanno oltrepassato la recinzione e hanno sparato i lacrimogeni da suolo ellenico, come dimostra la tv privata greca Mega. Nel mezzo, ecco l'appello del coordinatore del governo Tsipras per i rifugiati, Iorgos Kyritsis, secondo cui l'uso di sostanze chimiche contro gente inerme «è una pratica pericolosa e condannabile».

Ed esorta prima i «vicini di casa» di Skopje a comprendere i potenziali rischi derivanti dall'uso della forza contro i rifugiati, e poi i migranti stessi a non credere a manipolazioni come quelle derivanti dal secondo volantino.

Nonostante si concluda oggi la prima settimana dall'avvio dell'accordo Ue-Turchia sui migranti i numeri restano imbarazzanti, con 52mila presenti ancora in Grecia, di cui 11.200 nella sola Idomeni. Bruxelles intanto annuncia l'invio di agenti dell'Europol in Grecia per scovare possibili jihadisti infiltrati tra i profughi, ma il problema è dato dalle aspettative di Ankara.

Secondo Gerald Knaus, del think tank europeo Stability Iniziative, il patto dei rifugiati tra l'Ue e la Turchia si basa su un accordo non ufficiale per l'acquisizione di grosse quote di rifugiati. La parte turca, è la tesi, si aspetta che gli europei inizino in poche settimane questo lavorìo per portare in Ue dalla Turchia circa 250mila siriani.

Il rischio, sempre maggiore, è che, se dovesse saltare il principio dell'equa ripartizione tra stati membri, a pagare dazio saranno i paesi di primo arrivo: ovvero dopo la Grecia, l'Italia. Per questo il prossimo 14 aprile a Salonicco ci sarà un vertice trilaterale con i funzionari di polizia provenienti da Roma, Atene e Tirana.

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