Hong Kong, la "via illiberale della Seta". Esempio e monito per il resto del mondo

È la prova di quel che rischia chi ancora confida nelle promesse della Cina

di Gian Micalessin

I soloni della politica e dell'economia che nel gennaio 2017 si ritrovarono a Davos per sputare su Donald Trump e riverire il presidente cinese Xi Jinping descrivendolo come l'ultimo campione del libero mercato globale farebbero meglio a farsi un giro per Hong Kong. Magari tirandosi dietro il nostro premier Giuseppe Conte, il suo vice Luigi Di Maio e tutte le «anime belle» convinte che la Via della Seta sia la miracolosa scorciatoia verso un nuovo Bengodi garantito dai Babbi Natale cinesi. Il vero volto della Via della Seta, al di là d'illusioni e vagheggiamenti, è quello della Hong Kong di questi giorni. Una Hong Kong dove la signora Carrie Lam, il capo dell'Esecutivo cittadino scelto da Pechino, liquida come «bambini viziati» i manifestanti massacrati dalla polizia. E dove la messaggistica di Telegram usata dai dimostranti viene annientata dai pirati informatici cinesi. Una Hong Kong dove, prima delle proteste, i parlamentari erano pronti a votare la legge sull'estradizione verso una Cina dove giudici, sentenze e tribunali sono al servizio di Stato e Partito. Solo le imponenti proteste di mercoledì, appoggiate non a caso dai grandi gruppi finanziari con sede nella città, li hanno spinti a chiedere un rinvio del voto e un dibattito più approfondito sulla legge. Un voto che non dovrebbe aver luogo prima di una settimana. E che sarà preceduto domenica dalle nuove dimostrazioni annunciate ieri.

Ma alla fine poco cambierà perché l'antico «porto dei profumi» è già condannato a diventar parte del capital-comunismo cinese. Non doveva succedere così presto. Nel 1984, quando la Cina era ben lontana dal diventare una potenza mondiale, il premier Zhao Ziyang siglò di buon grado gli accordi, basati sul concetto di «un paese due sistemi», concordati con il governo di Margaret Thatcher. Quegli accordi garantivano la sopravvivenza di democrazia, stato di diritto e sistema capitalistico fino al 2047. La Cina invece li ha rispettati solo fino a quando ha avuto bisogno di una piattaforma esterna, ma contigua da cui garantirsi l'accesso a finanza, sistema bancario e mercati internazionali. E così, nel 2014, l'introduzione del suffragio universale richiesta dal «movimento degli ombrelli» è stata cancellata d'imperio garantendo a Pechino il controllo sulle nomine delle principali autorità di Hong Kong. Ora è pronto il secondo passo ovvero la cancellazione dello stato di diritto e la sottomissione al sistema giudiziario controllato dallo Stato e dal Partito cinese. L'indipendenza del sistema economico e finanziario di Hong Kong, la terza condizione prevista dagli accordi che nel 1997 garantirono il ritorno alla Cina, verrà inesorabilmente cancellata con la fine dello stato di diritto. Da quel momento amministratori e manager stranieri colpevoli di utilizzare la piazza di Hong Kong senza piegarsi alle indicazioni di Pechino potranno facilmente venir messi sotto processo e trasferiti nelle galere continentali dove torture e arbitri sono all'ordine del giorno. Hong Kong rappresenta insomma la cartina di tornasole di quel che potrebbe accadere in futuro a chi in Italia e nel resto del mondo confida nelle promesse della Via della Seta. Una cartina di tornasole su cui farebbero bene a riflettere le «anime» belle di casa nostra.