I legali festeggiano: "Verdetto oltre le attese"

Premiata la nuova strategia degli avvocati Coppi e Dinacci. Ghedini e Longo assenti perché coinvolti nel Ruby ter

L'avvocato Franco Coppi

Milano - Il palcoscenico è tutto per loro. Franco Coppi, il consumato professore, forse il penalista più famoso d'Italia, il difensore storico di Giulio Andreotti, e Filippo Dinacci, la spalla che l'ha seguito per i sentieri impervi della giurisprudenza. Un'arringa articolata e puntigliosa. La coppia sbanca e porta a casa un'assoluzione che pareva fiction. Dinacci ascolta il dispositivo e subito telefona a Nicolò Ghedini, il grande assente in questa puntata. Ghedini esulta, sente la vittoria come sua. Gli analisti invece sono già pronti a vivisezionare quel che è accaduto: più che di una staffetta si è trattato di un cambiamento di linea. Era andata male in Cassazione l'anno scorso, con la condanna definitiva per la frode fiscale, è un'altra musica oggi. Allora dietro le quinte in tanti avevano criticato il maestro di Giulia Bongiorno, oggi lo portano in trionfo.

Certo, Coppi è sinonimo di un orientamento soft, felpato, lontano le mille miglia dai proclami taglienti contro il partito delle procure, dalla adunate barricadere sulle scalinate di Palazzo di giustizia, dall'intreccio fra leggi e processi, fra parlamento e aule di tribunale. Difficile, quasi avventuroso, tentare un'analisi dell'assoluzione al buio, prima di poter leggere le motivazioni. Certo la difesa ha smontato la presunta concussione, già minata da una sentenza delle Sezioni unite della Cassazione, e ha mostrato le diverse sfumature e le gradazioni che dalla concussione scendono già fino al timore reverenziale. Riflessioni che partono dagli studi del professore della Statale di Milano Gian Luigi Gatta. Ragionamenti che devono aver toccato le corde della corte. La telefonata in questura non reggeva il peso specifico di un reato, pesante come sei anni di carcere, e dev'essere riletta in altro modo. «Ognuno ha il suo stile - minimizza Coppi - anzi piuttosto oso dire che i motivi di impugnazione sono stati redatti dagli altri avvocati e quindi va dato merito anche a loro». Ecumenico e sempre low profile, il professore.

Nicolò Ghedini e Piero Longo, difensori storici, non ci sono e un'altra scelta sarebbe stata problematica e controproducente. I due sono indagati a loro volta nel Ruby ter, ultima propaggine giudiziaria di una storia che ha cambiato l'Italia. Cambia la difesa, ma anche il clima non è più quello di qualche tempo fa. È finita la stagione dei girotondi e anche nella procura più blasonata d'Italia si aprono crepe vistose, vedi lo scontro senza fine fra Edmondo Bruti Liberati e Alfredo Robledo. E poi c'è l'assoluzione, altrettanto sorprendente, di Pier Silvio Berlusconi in un processo gemello monozigote di quello che è costato al padre la decadenza da senatore. Certi estremismi non ci sono più e si combatte sulle prove, sui reati, su quel che dice il codice. Ghedini e Longo mettono il cappello sulla vittoria con un comunicato che mette in successione il poker dei difensori: «La meritata assoluzione del presidente Berlusconi da un processo lungo e difficile... con l'integrale accoglimento dei nostri motivi di appello e delle tesi sostenute in udienza dagli eccellenti avvocati Coppi e Dinacci, intervenuti in nostra sostituzione, è un momento di vera soddisfazione». Anche se questa è anzitutto la vittoria di Coppi.