Un incendio in piena notte dopo la lite Ragazzo carbonizzato nel «ghetto bulgaro»

Il rogo potrebbe essere stato appiccato da un abitante del campo abusivo

Bepi Castellaneta

Foggia All'improvviso da quel groviglio di baracche, tendoni e lamiere si è levata il fuoco. E un mantello di fumo è calato su uno spicchio di Capitanata a una ventina di chilometri da Foggia. Alla fine l'incendio è stato spento, ma un ragazzo è morto nel rogo divampato l'altra notte nel cosiddetto «ghetto dei bulgari», in località Pescia, uno dei tanti angoli di Puglia da anni occupati da gente disperata e condannata a finire nell'ingranaggio criminale che recluta e sfrutta i braccianti con paghe da fame.

La vittima aveva vent'anni: non è riuscita ad allontanarsi ed è finita divorata dalle fiamme. Potrebbe essere stato un incidente provocato dal cattivo funzionamento di una vecchia stufa o da un fornelletto sgangherato, ma con il passare delle ore prende consistenza l'ipotesi che si sia trattato di un atto doloso, una folle vendetta innescata da un litigio. I carabinieri hanno raccolto testimonianze: c'è chi ha raccontato che poco prima c'è stata una violenta discussione e un uomo in stato di ebbrezza avrebbe dato fuoco alla sua baracca, proprio a ridosso di quella in cui dormiva la vittima: il ventenne non si sarebbe accorto di nulla ritrovandosi imprigionato tra le fiamme.

L'incendio si è sviluppato rapidamente. E ha spazzato via una ventina di alloggi realizzati non si sa come, uno spazio dove hanno trovato posto 300 persone, tra cui un centinaio di bambini: qui non c'è niente e non funziona niente, si tira avanti nel degrado come del resto accade in altre zone della provincia di Foggia, insediamenti trasformati in giungle che ricordano quella dei migranti ammassati per lungo tempo a Calais in attesa di raggiungere la Gran Bretagna. E se lì il miraggio si chiamava Inghilterra, da queste parti si insegue il sogno di una cassa di pomodoro o di frutta da riempire.

Sono i nuovi schiavi, come quelli che vivono tra San Severo e Rignano Garganico, dove sorge il cosiddetto «gran ghetto», una vergogna nazionale che nessuno è riuscito a cancellare nonostante le promesse di varie giunte regionali e le rassicurazioni del governo. In quest'area sono ammassati in 2500, anche se in realtà numeri certi non ci sono perché tanti sono fantasmi celati tra lamiere, cartoni e tendoni: sono tutti africani, tra loro ci sono braccianti disperati, caporali che con i furgoni fanno su e giù per le campagne, boss e luogotenenti di un racket che costringe a pagare in cambio di cibo e acqua. Il 2 dicembre qui è divampato un altro incendio, una cinquantina di alloggi sono stati distrutti e due persone sono rimaste ferite; le fiamme sono state domate con tre autobotti dai vigili del fuoco, che erano intervenuti nello stesso posto già a febbraio: in quel caso si trattò di un atto doloso, l'insediamento fu distrutto, ma la baraccopoli è spuntata di nuovo. A marzo la zona è stata sequestrata dalla direzione distrettuale antimafia di Bari, che ha concesso la facoltà d'uso in attesa delle operazioni di sgombero. Che però non sono mai iniziate.