L'Isis in casa Ma non si ferma con la guerra

L'Isis è vicina, molto vicina. La Tunisia è meno distante di Pantelleria dalla Sicilia. Questo il dato geografico. Serve a capire che i terroristi li abbiamo dietro l'uscio. Ma continueremo a dire che l'Italia non si deve preoccupare fintantoché non entreranno in casa nostra e non compiranno una strage. Siamo troppo ottimisti e confidiamo nella protezione delle stelle e soprattutto nella nostra tradizionale capacità di accordarci col nemico, illudendoci così di farla franca.

In passato è andata bene, diciamo benino. Stavolta però sarà dura sfangarla, perché i fondamentalisti islamici non sentono ragioni, figuriamoci quelle del cuore. Essi si attengono al Corano, e il Corano non è una poesia bensì una legge (una serie di leggi) da applicarsi col pugno di ferro. Sbagliano i predicatori dell'accoglienza e dell'integrazione a rassicurarci (...)

(...) dicendo che i fedeli di Allah miti e disponibili sono la maggioranza. Fosse anche vero, non si è mai visto un buono prevalere su un cattivo. I violenti vincono sempre e si trascinano appresso i mansueti.

Quando le bandiere nere sventoleranno su qualche edificio italiano e conteremo le vittime degli attentati che ci aspettano, forse capiremo, e capiranno anche gli illusi, quelli che da sempre fanno l'occhiolino ai barbuti (e alle velate) per essere fighi e nella speranza di venir uccisi per ultimi. Le religioni sono una cosa bella e aiutano a campare se non si sovrappongono alla politica e non la sostituiscono, altrimenti diventano, come l'islamismo, strumenti di oppressione e di crudeltà.

È vero che anche i cristiani in epoche remote ne hanno combinate di ogni colore, poi però hanno smesso e non hanno impedito alla civiltà di progredire e di aprirsi alla democrazia rappresentativa, ai diritti umani. Gli integralisti, gli sgozzatori professionali e i loro seguaci sono invece fermi al Corano di cui conoscono (fingono di conoscere) soltanto le efferatezze previste allo scopo di punire gli infedeli. I loro confratelli tiepidi o si scaldano o finiscono nel novero dei nemici.

Chi sogna di esportare la democrazia nei Paesi ad alta densità di moschee dimentica di valutare la mentalità degli arabi, refrattari ai nostri modelli istituzionali e incapaci di comprenderne le regole. Il direttore del Giornale , Alessandro Sallusti, ha scritto giustamente che dobbiamo armarci e partire per combattere i massacratori, altrimenti saranno loro ad arrivare qui. Ma dove ci rechiamo a combattere? Qual è il fronte? Qual è il Paese contro cui scagliarci? I terroristi sono sparpagliati nel Nordafrica e nel Medio Oriente. Sono mescolati alla popolazione pacifica (si fa per dire). Difficile colpirli perché è difficilissimo identificarli.

Dobbiamo recitare il mea culpa. Abbiamo dichiarato due guerre all'Irak. Abbiamo abbattuto il vecchio regime libico e lasciato che si uccidesse Gheddafi. Abbiamo rivoltato come un guanto l'Afghanistan. Centinaia di migliaia di morti ammazzati. Risultato: la situazione è peggiorata ovunque siamo intervenuti. In più, abbiamo aizzato il terrorismo trasformandolo da fenomeno marginale in fenomeno di massa. Ora chi li ferma più i boia dell'Isis, forti nel proselitismo anche in Europa e aggressivi quali belve ferite?

L'operazione di contenimento degli esaltati si annuncia sanguinosa, ma è indispensabile avviarla. Come? Per cominciare occorre organizzare quanto di più sgradevole: cioè piantarla di concedere a tutti di approdare lungo le nostre coste. Siamo in emergenza ed è assurdo anteporre lo spirito umanitario all'esigenza di difenderci. Primo, non prenderle. Poi, esaurita l'emergenza, provvederemo, se del caso, a soccorrere i disperati. Inoltre, procedere in forma capillare nei controlli delle comunità sospette, espellendo chi è in odore di terrorismo. Non esistono alternative.

Infine, per comprendere il significato di quanto sta accadendo, conviene ricordare che l'Occidente ha avuto e ha delle responsabilità, avendo fatto ricorso alla soluzione bellica nei Paesi arabi solo per motivi economici, in particolare legati all'approvvigionamento del petrolio. Se a mobilitarci è stata la logica del profitto, adesso ci tocca pagarne il fio, augurandoci che la lezione ci sia utile per il futuro. Chi è causa del suo male pianga se stesso.