Maggioranza già al lavoro Ma sulla riforma elettorale

Pd e M5s preparano il ritorno al proporzionale. Oggi si decide quando si voterà sul taglio dei parlamentari

Qual è la priorità per un governo nato per «garantire stabilità» ed evitare «una campagna elettorale permanente»? Fare una nuova legge elettorale. Il paradosso si è palesato ancor prima che il Conte bis potesse incassare la fiducia. Nel pomeriggio di ieri, a dibattito in Senato ancora in corso, è stato fissato e poi rinviato un vertice di maggioranza proprio per mettere sul tavolo la riforma elettorale. «Un equivoco», minimizzava il capogruppo Pd Andrea Marcucci, che ha poi partecipato a una riunione dei responsabili delle riforme del partito con Dario Franceschini. Ma che il tema sia in cima ai pensieri della maggioranza è chiaro a tutti, incluso Matteo Salvini, che nella sua dichiarazione di voto sulla fiducia ha scagliato l'accusa: «Vogliono tornare al proporzionale per garantire l'inciucio a vita. Io - ha sottolineato - sono per il maggioritario, chi prende un voto in più governa, se voi continuate così raccoglieremo le firme». «È la vergogna delle vergogne - ha rincarato Giorgia Meloni - messa in atto da gente che vuole insegnarci la democrazia ma che si sta riscrivendo le regole per barricarsi nel palazzo».

La riforma archivierà definitivamente il tentato bipolarismo della Seconda Repubblica per virare dritti su un ritorno al proporzionale puro. È il vero architrave su cui si regge la maggioranza. Il M5s ha assoluto bisogno di uno scalpo da esibire al proprio popolo per fargli digerire il patto con il Pd: lo scalpo di 345 parlamentari, quelli che i grillini vogliono tagliare per dimostrare di essere ancora i campioni dell'anticasta. Il Pd, che ha votato contro per cinque volte, accetta l'ennesimo voltafaccia in cambio di una legge elettorale che ha un solo scopo: evitare che qualcuno vinca le elezioni e governi senza scendere a patti. In fondo, il taglio dei parlamentari rende obbligatoria una revisione dei meccanismi elettorali e non solo, perché saltano tanti equilibri costituzionali: aumenta ad esempio a dismisura il peso dei delegati delle Regioni nell'elezione del presidente della Repubblica: 60 su 1.000 parlamentari è diverso da 60 su 600.

«L'orientamento per il proporzionale - confermava già giorni fa Graziano Delrio - non lo abbiamo messo nero su bianco nel documento di programma, ma sta nel patto». I 5 Stelle sono storicamente a favore del proporzionale. E infatti il tema si è affacciato anche nel discorso di Conte al Senato con l'annuncio di una riforma che garantisca «l'accesso democratico alle formazioni minori assicurando, al tempo stesso, pluralismo politico e pluralismo territoriale».

Ci sono due problemi. I tempi: i 5s vogliono che si voti il taglio dei parlamentari alla prima seduta utile. Domani i capigruppo del Senato si riuniscono per stilare il calendario, ma il Pd chiede che sia almeno incardinata la riforma elettorale e quella dei regolamenti parlamentari. Le resistenze interne: una parte del Pd ha lottato per il maggioritario fin dagli albori della Seconda repubblica. «Quello che conta - dice a Repubblica Arturo Parisi - è che da 14 anni si è tornati a una logica spartitoria dentro e tra i partiti che ormai domina il paese. Chi mai potrà mettere mano alla questione del debito pubblico con un assetto di questo tipo?». Ma ancora una volta, vincerà l'istinto di sopravvivenza dei partiti.