"Da mio padre ad oggi, lo Ior resta oscuro"

Parla Carlo Calvi, figlio del "banchiere di Dio" trovato morto a Londra il 18 giugno 1982: "Potere ancora in mano a gruppi ristretti"

La parola che Carlo Calvi ripete più spesso al telefono quando parla di Papa Francesco, dello Ior e di Vatileaks, è «conformità». Che lui - residente da anni in Canada, nel Quebec - traduce in «trasparenza». Ma che può anche significare obbedienza. Ecco, «in Vaticano c'è ancora un problema di conformità».

Carlo Calvi è figlio di Roberto, il «banchiere di Dio» presidente del Banco Ambrosiano di Milano, trovato impiccato sotto al Ponte dei Frati Neri a Londra il 18 giugno del 1982 con le tasche dei pantaloni piene di pietre. Quando il padre è morto Carlo aveva 28 anni e viveva a Washington dove in quei giorni lo avevano raggiunto la sorella Anna e la madre Clara, deceduta nel 2006.

Ancora oggi Calvi junior cerca la verità e per anni ha contribuito alle indagini diventando una sorta di enciclopedia vivente su uno dei grandi misteri d'Italia e ancora adesso è in contatto con la magistratura italiana per diversi processi, come quello stralcio che vede indagati per omicidio aggravato anche l'ex capo della P2, Licio Gelli.

È un film già visto quarant'anni fa o l'ondata riformatrice di Bergoglio sta avendo i primi effetti almeno sulla gestione dello Ior?

«Voglio sperare che le cose cambino davvero ma al momento vedo solo uno sforzo in termini di comunicazione, vengono sviluppati temi come l'importanza di filtrare le persone per garantire la massima trasparenza alle operazioni che riguardano la banca del Vaticano. Di certo, rispetto al passato c'è meno coesione d'intenti ma resta un problema di cultura interna. Serve un rinnovamento di persone, mi riferisco a quelle che circondano il Papa. Che, le ricordo, non è lì per riformare una banca ma per guidare la dottrina della Chiesa. E che comunque si è adattato alla sua missione: in Argentina lo chiamavano “cara de funeral”, faccia da funerale perchè non sorrideva mai. Mentre ora ride sempre».

Lei ha indagato sulle reti internazionali, ha approfondito il lato del riciclaggio del processo dell'Ambrosiano. Oggi si torna a parlare di conti nascosti...

«Il Banco Ambrosiano praticamente non aveva clienti individuali e risalire ai singoli è diventato complicato. Il meccanismo di triangolazione era chiamato “conto deposito”, un sistema che consentiva all'Ambrosiano di Nassau di finanziare lo Ior - la banca vaticana guidata allora dall'arcivescovo Marcinkus - tramite una società panamense, con conto presso l'istituto del Gottardo di Lugano. Oggi lo Ior non può competere con le grandi banche internazionali e il Vaticano deve concentrarsi sugli accordi con i singoli Stati in materia fiscale che fanno cadere il segreto bancario».

Come avrebbe commentato suo padre il caso Vatileaks scoppiato in questi giorni, quale pensa sarebbe stata la sua reazione?

«Papà sarebbe amareggiato dal fatto di scoprire che ancora oggi il controllo finanziario appartiene a ristretti gruppi di potere. Ci sono ancora uomini cerniera, che stanno nel mondo di mezzo. Restano delle zone d'ombra sfruttate da personaggi border-line. Lui era assai meno introdotto a certi ambienti di quanto si possa pensare, faticava ad essere accettato. Era un forte lavoratore ma riservato. Io sono più portato a interessarmi di questioni di interesse pubblico, mentre mio padre cercava di destreggiarsi essenzialmente a fini concreti. Con mia madre, mia sorella e con me, era persona di grande calore umano ed è di questa intimità che conservo il ricordo più profondo».