Morto 48 ore dopo il trapianto Il giallo del cuore: era sano?

La vittima, 61 anni, è deceduta al San Camillo di Roma I medici: «Un organo perfetto». La procura: «Non idoneo»

Non è riuscito a vivere più di 48 ore il 61enne a cui è stato trapiantato il cuore al San Camillo di Roma. Diabetico, ricoverato più volte per scompensi cardiaci, aveva un quadro clinico già molto delicato. Ma a poche ore dalla sua morte, avvenuta alla fine di agosto, è stato lanciato l'allarme dai familiari: «Il cuore che gli hanno trapiantato era malato». E non appena è stata resa nota la vicenda, è scoppiato il panico in tutta Italia, soprattutto fra gli oltre 9.200 pazienti in lista d'attesa per ricevere un organo salva-vita. Il ministro alla Salute Beatrice Lorenzin ha definito «inaccettabile» l'eventuale errore e sono immediatamente partite le verifiche, con tanto di apertura di un fascicolo per omicidio colposo da parte della Procura di Roma e di indagini da parte della Procura di Milano.

Ma cosa è accaduto? I medici dell'ospedale San Camillo di Roma sono chiari e categorici: «Tutto ciò che è stato detto è falso, il cuore trapiantato era idoneo». Il cuore messo sotto accusa proveniva dall'ospedale San Raffaele di Milano ed apparteneva a un uomo di 48 anni che si era sentito male in piscina. Ma, dalle verifiche, quel cuore non ha avuto nessun infarto bensì un'aritmia. Cioè un problema all'impianto elettrico e non al muscolo in sé né alle coronarie che invece, dagli esami, sono risultati perfetti. «L'uomo ricoverato al San Raffaele - spiega Francesco Musumeci, direttore della Cardiochirurgia e del Centro regionale trapianti di cuore dell'ospedale San Camillo - era stato sottoposto a esame ecocardiografico ed era risultato in condizioni ottimali. Stesso esito è derivato dalla coronarografia effettuata sempre a Milano. All'aspetto visivo il cuore non aveva alcuna anomalia che potesse far nascere dubbi sul suo funzionamento». Identica la tesi sostenuta dal Centro nazionale trapianti: il direttore Alessandro Nanni Costa spiega che tutti i documenti e gli esami erano a posto.

E quando c'è in ballo un trapianto sia ben chiaro che le carte non sono mere scartoffie né formalità burocratiche ma l'ago della bilancia che decreta la salvezza o meno per chi è in lista d'attesa. «È stata eseguita una valutazione del cuore - spiega Nanni Costa - attraverso un elettrocardiogramma e una ecocardiografia, che esamina l'organo a livello strutturale e funzionale, oltre a una coronarografia. I test sono risultati negativi. Per la nostra rete trapiantologica questo cuore rispettava i criteri di idoneità. Per altro non sono state rilevate anomalie nel trasporto dell'organo» come invece denunciato dai familiari del paziente deceduto a Roma. I medici del San Raffaele confermano: «Non è stata rilevata alcuna anomalia nel cuore. Il paziente (donatore) - si legge in una nota - è arrivato in seguito a una sindrome da annegamento e conseguente arresto cardiaco. Per tale ragione è stato immediatamente valutato per escludere l'infarto miocardico come causa dell'evento». Per questo dopo il suo decesso è stato autorizzato l'espianto. Ma cosa può essere accaduto al 60enne trapiantato? Francesco Musumeci ipotizza cinque possibili scenari: «Un rigetto iperacuto, una riposta infiammatoria sistemica, un'infezione da endotossina batterica, una sindrome legata ai farmaci per l'anestesia o a seguito di ipertensione polmonare strutturale». Spetterà alle varie commissioni d'inchiesta e alla Procura sciogliere il giallo e dire se qualcosa, nel complicato meccanismo del trapianto, non ha funzionato. «Vedremo se ci sono state delle falle - spiegano al centro nazionale trapianti - e in caso agiremo di conseguenza».