Le non mamme? Possono essere felici

Antropologia semiseria di una condizione ancora percepita con sospetto

Andrea Cuomo

Si fa presto a dire donna-senza-figli. In realtà ci sono le childless, che vivono la non maternità come una mancanza. E childfree, che hanno fatto della non produzione di prole una scelta, magari non talebana ma alla fine convinta che non toglie nulla alla femminilità della donna.

Ancora oggi la quarantenne che non ha figli è sottoposta a una pressione sociale asfissiante. Che induce in tanti a chiederle il motivo di questa condizione ritenuta quasi innaturale. E spinge la non-mamma a supplicare Non me lo chiedete più. Titolo del libro che la non-mamma Michela Andreozzi, attrice, autrice, regista teatrale e cinematografica e ora anche scrittrice ha dedicato a una faccenda che evidentemente per lei ha il carattere dell'urgenza. Non quella dell'orologio biologico, ma quella di spiegarsi.

Chiariamolo prima di tutto. Il libro (uscito qualche giorno fa per HarperCollins, 184 pagine, 18 euro) non è un barboso trattato ma è assai divertente. Ciò non toglie che sia anche serio. Vva in profondità della questione ma con leggerezza. Andreozzi tratta il tema con ironia e autoironia, cercando di capire perché «a un uomo sia concesso conoscere il senso della vita senza dare vita» e alla donna no. «Certo - scrive Andreozzi - l'uomo che dichiara in modo manifesto di non volere dei figli viene giudicato immaturo, traumatizzato, o magari solo un po' infantile, ma resta un uomo e, che sia un filosofo impegnato a comprendere la vita o un operaio che si smazza l'esistenza a martellate, la comprenderà anche senza figli. Conclusione a cui la donna senza figli non ha accesso. Mai. Per tradizione millenaria». Motivo per cui, se le childless sono compatite, le childfree devono invece vedersela con un senso di colpa atavico. Possono anche salvare il mondo a mani nude ma saranno sempre donne a metà.

Non pensiate poi che tutte le childfree siano uguali. Andreozzi ne individua svariati sottotipi: le radicali, che sono allergiche ai mocciosi; le zie, che invece adorano i pupi e ne sono riadorate, purché questa passione sia a tempo (e forse proprio per quello); le rilassate, che non hanno precisamente scelto di non avere figli, ma non è capitato e la prendono con filosofia; quelle frustrate, che le habnno provate tutte e sono un po' incazzate con il destino; quelle di ritorno, che dopo che i figli se ne sono andati riscoprono il piacere di dedicarsi a loro stesse; quelle per finta, che i figli in fondo li vorrebbero ma per paura che gli uomini fuggano a gambe levate si dicono disinteressate; quelle a tempo determinato, che prima vogliono sistemare la carriera ma poi alla fine si accorgono che è troppo tardi.

In realtà sono sempre le paure a far scegliere di non riprodursi. «La paura dei passi falsi, quella di rompere la bolla di un rapporto fino a quel momento perfetto, quella non del tutto immotivata di diventare poveri, la contemporaneissima paura di cambiare, quella di consegnare a qualcuno un futuro incerto in un mondo ladro e ingiusto, clientelare e nepotista, e non ultima la paura di vedere modificato il proprio corpo».

Il paradosso principale alla fine è uno: quello di un Paese, il nostro, «che si regge sulle larghe spalle delle madri di famiglia», ma in cui preferiamo ammirare che sostenere «la figura della donna equilibrista, che tutto può gestire». E chi non accetta questo gioco? Fa paura. «Sei diversa, che poi è sinonimo di sconosciuta, indefinibile, inaffidabile».

Ok, Michela: non te lo chiederemo più.