Ora i due vicepremier fanno a gara ad accaparrarsi gli industriali

Luigi convoca le Pmi, Matteo riceve Confindustria e gli altri pro Tav: hanno capito che la rivolta delle aziende è un problema

Roma - Qualcuno, con pazienza e qualche disegnino, deve aver spiegato a Gigino Di Maio che le «auto inquinanti» che il suo governo vuole tassare si producono a Pomigliano, e che rischia di trovarsi i dipendenti Fca coi forconi sotto casa, proprio nel suo piccolo feudo.

Così innesta l'ennesima retromarcia: «Non metteremo nessuna tassa sulle auto di famiglia», giura. Lo stesso fa il suo omologo Matteo Salvini, nonostante la norma incriminata e approvata dalla maggioranza nella finta manovra fosse a firma di un leghista suo uomo: «Niente nuove tasse», assicura.

Peccato sia stato l'Istat a rivelare che i nuovi balzelli fiscali imposti da questo governo alle imprese aumentino di 6,2% miliardi la pressione complessiva. Senza contare le altre batoste già assestate o messe in cantiere: il «decreto Dignità» che, togliendo ogni flessibilità, sta facendo schizzare la disoccupazione e calare posti fissi e contratti a termine; la paralisi totale sulle grandi opere e via elencando.

Ora però i dioscuri gialloverdi si sono resi conto che la crescente rivolta di tutto il mondo produttivo contro il governo è un problema, e tentano di correre ai ripari. Promettono cambiamenti, offrono regali (ieri la Lega ha annunciato un emendamento alla finta manovra per obbligare i Pir a investire il 3% in piccole e medie imprese), si precipitano a incontrare le associazioni di categoria. Di Maio convoca un tavolo con le Pmi, Salvini invita in pompa magna al Viminale le sigle imprenditoriali che hanno promosso la grande manifestazione pro Tav di Torino. «Gli spiegheremo che quella della Tav e delle infrastrutture è una questione nazionale, fondamentale per rilanciare l'economia», spiega Daniele Vaccarino, presidente di Cna. Ma la captatio benevolentiae funziona fino a un certo punto: le piccole imprese, blandite con piccole promesse, sono preoccupate da una politica economica assistenzialista e confusa e chiedono una svolta complessiva: «Ora la cosa urgente da fare è trovare i miliardi che servono ad evitare la procedura di infrazione e fare una scelta di fondo a favore di Europa, infrastrutture e crescita», spiega il capo di Confartigianato Giorgio Merletti. In pratica, una smentita su tutta la linea delle scelte fin qui fatte dal governo. E Merletti smonta anche le fantasie salvinian-dimaiane sulla controriforma della Fornero: quota 100, spiega, non porterà nessuna assunzione: «Per noi l'esperienza è un valore, difficile rimpiazzare i senior». E comunque le assunzioni non dipendono certo dalla Fornero ma «dalle condizioni dell'economia». Salvini però continua a recitare la parte della vittima indignata di un'Europa cattiva: «Se la Ue continua a chiederci tagli, tagli, tagli non possiamo stare zitti».

Se la corsa dei due vicepremier a recuperare terreno nel tessuto produttivo e tra le piccole e medie imprese appare in salita, anche il mitologico «contratto di governo» inizia a traballare. Salvini, rendendosi conto di essersi legato le mani da solo con quel confuso testo, lo ha per la prima volta messo in discussione: «Andrà ritarato». Di Maio, spaventato, cerca di rinviare la resa dei conti: «Concentriamoci sulla legge di bilancio. Poi, dopo il 2019, ci possiamo mettere al lavoro per migliorarlo ancora».