"È un Paese di fiumi ma non di acquedotti"

L'esperto del settore: «Dagli anni '80 mancano grandi investimenti sulle reti idriche»

Roma - «Il problema è la mancanza di investimenti sulle risorse idriche», accusa Giovanni Mancini, ingegnere idraulico, già dirigente pubblico e privato, prima alla direzione ambiente della Regione Lombardia, e ora al vertice della società «Como Acqua». «La mancanza di precipitazioni è soltanto il casus belli di una questione che ha le sue radici in un uso sconsiderato dei soldi pubblici», incalza il manager esperto del settore.

Ci siamo «dimenticati» di rimettere in sesto le nostre vetuste reti idriche quindi?

«Prenda il caso più eclatante, quello di Roma, lì gli ultimi investimenti seri li ha fatti Mussolini, e gli acquedotti costruiti durante il Ventennio ancora funzionano. Poi il nulla. L'Acea avrebbe un grande potenziale, perché i cittadini romani sono 3 milioni e mezzo e pagano le bollette come e quanto tutti gli altri».

E allora?

«L'Acea gestisce l'acqua dal 1998 ( tutte amministrazioni di sinistra, esclusa la parentesi Alemanno nda) e da allora si è preferito investire in acquisizioni societarie fuori dalla città di Roma, come a Latina, Frosinone, in Toscana e nel napoletano, anziché investire sulla rete idrica. Ora, complice la siccità, ci ritroviamo in questa situazione».

Non è un paradosso il razionamento dell'acqua in un paese ricco di fiumi come l'Italia?

«No, non lo è. Puoi avere a disposizione tutta l'acqua che vuoi, ma se le infrastrutture idriche sono fiaccate continuamente da perdite di rete e non fai gli investimenti necessari, si finisce così. In Italia non si investe in acquedotti dalla fine degli anni '80, con il tramonto della Prima Repubblica».

Il referendum sull'acqua pubblica ha inciso sulla situazione?

«Certo, ha bloccato ancora di più l'arrivo di soldi da spendere nel miglioramento delle reti idriche. Dopo il referendum le società straniere sono scappate via e siamo tornati a un sistema tutto pubblico. Il che non rappresenta per forza un problema, ma il pubblico deve funzionare e non fare gli interessi dei privati».

Ora dovrà cambiare l'atteggiamento del cittadino comune nei confronti di una risorsa considerata da sempre gratis e illimitata?

«Noi italiani, a dire il vero, non siamo degli "spreconi" di acqua. Siamo storicamente abituati a fare i conti con una risorsa che può diventare limitata. In alcune regioni del Sud il problema, invece, è l'evasione. Molta gente non paga le bollette e continua a farla franca».