"Porto 22 milioni di turisti a fare una gita lungo il Po"

L'amico di Gianni Brera che lanciò Sassicaia, Grattamacco, Cartizze e Prosecco lascia il lavoro e investe sul grande fiume: "Ma prima del 2016 non vedrò un euro"

Un po' di esperienza. Un po' di fantasia. Un po' d'incoscienza. È partito da questo mix, Giampietro Comolli, per costruire attorno al Po (quello con l'iniziale maiuscola, senza l'apostrofo) e all'Expo 2015 il più temerario progetto turistico che sia mai stato concepito in Italia: portare 22 milioni di turisti dei cinque continenti a conoscere nel giro di appena 184 giorni il principale fiume del Belpaese, 652 chilometri dal Monviso all'Adriatico. A differenza di Umberto Bossi, che sul dio Po ha costruito le fortune familiari, Comolli rischia di rovinarsi. Sono già due anni che ha abbandonato ogni occupazione per lavorare a tempo pieno a Un Po x Expo (nel logo ufficiale scritto tutto attaccato), l'idea che cominciò a frullargli in testa nel 2010. Da allora non incassa più uno stipendio e il digiuno continuerà fino al 2016, quando forse comincerà a vedere le prime royalty. Per il momento non becca un euro. «Diciamo che sto facendo l'imprenditore: investo tutto sul Po». Non vuol rivelare con esattezza quanto ci abbia smenato fino a oggi, «altrimenti mia moglie mi cava gli occhi». Però nel corso della chiacchierata gli è sfuggita un'ammissione: intorno ai 100.000 euro. Eh sì, perché, volendo fare le cose in grande, molto in grande, Comolli è già andato a esporre la sua iniziativa a partner istituzionali e commerciali di Shanghai, Tokyo, Caracas e Siviglia, oltre che di altre città d'Europa, pagandosi di tasca propria voli e soggiorni.

Un Po x Expo per il momento è solo una Onlus senza scopo di lucro patrocinata dall'Esposizione universale che si terrà dal 1º maggio al 31 ottobre 2015 a Milano. Ma il fondatore, presidente e advisor che l'ha concepita conta di trasformarla in una gallina dalle uova d'oro. È riuscito a tirar dentro il Consiglio d'Europa che raggruppa 47 Paesi, il ministero degli Esteri, le università Bocconi-Met, Bicocca e Iusve, 200 dei 500 Comuni padani interessati, l'Unaie (Unione nazionale delle associazioni degli immigrati e degli emigrati). Anche qui, finanziamenti zero. E ha aperto sedi a Tortona, Piacenza, Modena e Venezia.

Assecondando unicamente i propri gusti personali, Comolli ha costruito nove distretti tematici dal Piemonte all'Adriatico e vi ha individuato 2.000 luoghi da visitare, scelti fra 20 città d'arte, 9 siti dell'Unesco, 60 musei, 100 abbazie e chiese monumentali, 40 parchi e oasi, 12 campi da golf, 150 maneggi, 40 circoli canottieri e club nautici, 900 chilometri di percorsi per trekking e bici. Inoltre ha selezionato 1.000 indirizzi delle più svariate eccellenze, comprendenti 100 fra Doc, Dop e Igt: allevamenti, salumifici, caseifici, cantine, riserie, aziende agricole, artigiani, ristoranti, alberghi. Ne è uscito un campionario umano che ricorda Il mulino del Po di Riccardo Bacchelli con le sue figure di contorno, in questo caso tutte ben più nobili del Raguseo o del Coniglio mannaro. Ecco Felice Mantello di Pozzo, frazione di Odalengo, che in Val Cerrina trova tartufi bianchi e neri. Ecco Armando Pasqualini di Bereguardo e Giuseppe Carenzi di Trino, cercatori d'oro nelle acque del Ticino e di altri affluenti del grande fiume. Ecco Fausto Brozzi che in località San Rocco di Colorno stagiona lo zibello, il culatello più morbido e dolce. Ecco Carlo Peveri che a Chiaravalle di Alseno produce la miglior coppa piacentina. Sono questi alcuni dei personaggi che i visitatori, per lo più stranieri, potranno conoscere comprando i 1.000 pacchetti turistici su misura che Comolli ha pensato per loro. «Non aveva senso che andassi a Shanghai a proporre Goro e Gorino, la Torre dell'Abate, il bosco della Mesola e l'abbazia di Pomposa. Sono partito invece dai quattro gusti che anche i cinesi hanno in bocca: dolce, amaro, salato, acido. Ditemi che sapori volete e io vi offrirò i luoghi in cui trovarli».

A portare i turisti lungo i percorsi di Un Po x Expo provvederanno i tour operator, gli unici autorizzati a vendere i pacchetti. Alessandro Rosso, cui fanno capo Kuoni, Best tours e Franco Rosso, è stato fra i primi ad aderire con entusiasmo. Le referenze di Comolli, del resto, sono ottime. Nato nel 1954 a Piacenza, a 500 metri dal Po, laureato in agraria, fu collaboratore di due ministri dell'Agricoltura oggi entrambi scomparsi, Giovanni Marcora e Giovanni Goria; il primo lo spedì a Strasburgo; il secondo gli fece scrivere gli articoli relativi agli spumanti da inserire nella legge sui vini doc, «che alla fine però vennero espunti e infilati in circolari e decreti per la ferma opposizione di Vittorio Gancia e altri imprenditori». Ha lavorato in Coldiretti: il logo Terranostra per gli agriturismi associati l'ha ideato lui. È stato a capo di vari consorzi di tutela dei vini: Colli piacentini, Franciacorta, Terre dei Gavi. Dopo tre anni a Trento come direttore generale dello spumante Ferrari, fu chiamato da Nicolò Incisa della Rocchetta e Piermario Meletti Cavallari, produttori dei celeberrimi Sassicaia e Grattamacco, a creare il Consorzio di tutela vini di Bolgheri. Ultimo domicilio conosciuto, prima di mettersi in proprio, il consorzio Altamarca che raggruppa 250 fra enti locali, consorzi e cantine del Cartizze e Prosecco docg.

Un esperto di prodotti della terra.

«A 18 anni volevo fare l'agricoltore, il lavoro delle famiglie di mio padre e mia madre, a Pontenure e Gazzola. Ma la stalla era vecchia, la cantina pure e la famiglia non investiva, così...».

E un intenditore di cibo.

«Conobbi quella che da oltre 30 anni è mia moglie, Cristina, venezuelana, davanti a un piatto di tortelli piacentini nell'osteria dei Cacciatori di Piozzano. Tornava da un master di letteratura inglese in Canada. A invitarci furono sua sorella e mio fratello, più giovani, allora fidanzati. Loro non si sono sposati, noi sì».

Un Po x Expo si rivolge a 22 milioni di turisti? Mi sembrano tanti.

«Be', quelli sono i visitatori potenziali. Mai mettere limiti alla provvidenza. Fin d'ora ne sono stati stimati fra i 650.000 e 1 milione. Sicuri. In un solo mese abbiamo già ricevuto 18.485 prenotazioni su 4,5 milioni di italiani all'estero associati all'Unaie. I quali, come accadde con l'Expo 1906, non vedono l'ora di rivedere la loro patria d'origine».

Tempo medio di permanenza?

«La Bocconi ha svolto vari sondaggi: due notti a Milano e poi da tre a sette sul Po. Che equivalgono a tre pacchetti».

Sui quali lei non guadagna nulla.

«È l'impegno che ho preso con chi mi segue in piena autonomia, al momento 24 persone, destinate a diventare 50-60 a regime, le quali avranno una percentuale sui pacchetti venduti, ma non lo stipendio. Il principio è piuttosto semplice: costi fissi zero, guadagno a babbo morto».

In quali luoghi porterà i turisti?

«Penso al lago di Gerundo fra il Cremonese e il Lodigiano, in cui secondo la leggenda s'inabissò Tarantasio, il drago mitologico a sei zampe delle favole che hanno spaventato intere generazioni di bambini; è uno stagno, ricoperto di ninfee, formato dal Po. Penso ai bodri, fra Cremona e Motta Baluffi, originati dalle esondazioni e collegati attraverso vie sotterranee alla falda che funge da sifone naturale; specchi d'acqua molto pescosi, tanto che uno si chiama Gerre del Pesce ed è circondato da fabbricati del 1400 costruiti dai monaci benedettini che vi allevavano diverse specie ittiche. Penso al Buco di Viso, primo traforo commerciale fra Italia e Francia, voluto nel 1479 dai potenti marchesi di Saluzzo; vi si accede dalla sorgente del Po a Pian del Re. Penso alle falesie di Revello, con le incisioni rupestri risalenti al Neolitico. Penso all'unico guado del Po, che si trova a circa metà percorso, vicino a Calendasco, utilizzato dal condottiero cartaginese Annibale nel 218 e da Colombano, monaco missionario irlandese oggi santo, nel 614; un luogo descritto nel 990 da Sigerico di Canterbury quando scese a Roma per ricevere il pallio arcivescovile da Papa Giovanni XV, coprendo 1.600 chilometri in 79 giorni di cammino e tracciando l'itinerario di quella che diventò la Via Francigena».

Ma si può ancora guadare il Po, in quel punto?

«Nei periodi di magra sì, a condizione di essere disposti a bagnarsi fino alle ascelle. Altrimenti ci si rivolge a Danilo Pisani, l'ultimo traghettatore al guado di Sigerico. Un altro Caronte si trova fra la chiusa di Isola Serafini e Pavia: è Luigi Vecchia, guida sicura sulla barcè, l'antica barca piatta e stretta usata dai pescatori e dai mugnai del Po».

Il punto più magico del fiume qual è?

«Sono due. La rocca-fortezza di Verrua, da dove con una mano tocchi il monte Rosa, il Monviso, l'Appennino genovese e lo sguardo spazia sul Po per 200 chilometri, fino a Piacenza. E il faro di Gorino, piantato sulla ragnatela d'acqua formata dal Delta. Nelle giornate di bora, da lì vedi l'intera laguna».

E per chiudere i turisti finiranno con i piedi sotto la tavola, suppongo.

«Sì. All'Arcadia, locanda tipica del Po di Gnocca: cozze di Scardovari, bigoli con il ragù di vongole, anguilla arrosto e frittelle. O allo Scacciapensieri nella piazza del Polirone, il millenario monastero di San Benedetto Po, dove a 16 anni fu accolto Teofilo Folengo, il padre del latino maccheronico da cui è nata la lingua italiana: qui lo chef Alessio Caffini si sbizzarrisce fra selvaggina, tortelli di zucca e una torta sbrisolona insolitamente morbida accompagnata da uno zabaione denso. O al Vèdel di Colorno: trittico di culatelli stagionati 18, 36 e 48 mesi, tortelli quadrati di ricotta e spinaci e scottadito di carne e pesce di fiume».

Quali altre ghiottonerie ha individuato per le visite guidate?

«Il miglior riso: l'originario, o balilla, della Tenuta Castello di Desana, dal chicco piccolo e rotondo, con poco amido, che tiene la cottura. La miglior zucca: nasce nella Corte Colombarola di Orazio Dall'Olio a Bagnolo San Vito. Il miglior parmigiano reggiano: il Bertoni di Luzzara, meno salato e più burroso di quello tradizionale. Il miglior grana padano: il 24 mesi del caseificio Casanuova di Cortemaggiore. E poi la mostarda di Cremona che Diego Luccini produce alla Cicogna di Cicognolo con pere, mele cotogne, cipolle e zucche; le conserve di frutta e ortaggi della cascina Pizzavacca di Mauro e Bruno Pisaroni a Villanova d'Arda; il peperone giallo di Carmagnola; l'aglio bianco di Monticelli d'Ongina; il sedano bianco-giallo di Alluvioni Cambiò; l'introvabile melone mantovano dalla buccia liscia coltivato da Roberto Nadalini a Sermide. Un discorso a parte merita il branzino argentato allevato nei canali del Po fra Ca' Venier e Ca' Tiepolo da Gianni Ballarin, manager immobiliare a Milano, e dai suoi fratelli, polesani doc: delizioso».

Tralasciando i beni ambientali e architettonici noti a tutti, che altro offre di curioso il Po?

«Ha mai visitato il Museo del bijou a Casalmaggiore o quello del giocattolo a Santo Stefano Lodigiano? Meritano».

Che cosa le fa pensare che i visitatori dell'Expo siano interessati ai suoi pacchetti turistici? Neanche Wolfgang Goethe, nel suo viaggio in Italia, fremeva dalla voglia di vedere il Po.

«Ma Stendhal sì. E anche Plinio, che per primo lo descrisse nel 50 dopo Cristo, con un minuzioso itinerario dalla sorgente alla foce. Per non parlare di Virgilio, dell'Ariosto, del Tasso. E di Riccardo Bacchelli, Giorgio Bassani, Giovannino Guareschi, Pier Paolo Pasolini, Cesare Zavattini. Emilio Salgari, torinese d'adozione, pensò gli scenari esotici dei suoi romanzi osservando il Po sui murazzi nel parco del Valentino. Per me questi itinerari sono un omaggio alla memoria di Gianni Brera. Era stato partigiano nella brigata garibaldina Comolli in Val d'Ossola, terra d'origine della famiglia di mio padre. Fra noi c'era un feeling stupendo, che durò fino alla tragica notte del 1992 in cui morì in un incidente stradale dopo aver cenato al Sole di Maleo, da Franco Colombani, altro caro amico, suicidatosi quattro anni appresso».

Il Po è sano o malato?

«Molto più sano di 40 anni fa, grazie alla legge Merli».

Dall'aspetto non pare.

«Parla della schiuma color crema in superficie? Non è inquinamento, bensì caolino, il risultato di una reazione biochimica naturale provocata da silice, calcare e argille provenienti dal dilavamento alpino e appenninico».

Il Po potrebbe diventare un'occasione di lavoro per i giovani?

«Le dico solo questo: in Europa il turismo fluviale vale 3,1 miliardi di euro l'anno. In Italia zero. Benché il Po conti 80 attracchi, 40 armatori con altrettanti battelli e 15 porti, siamo ancora in attesa che diventi navigabile fino al mare. Potrebbe far nascere 1.000 nuove imprese in vari settori: nautica, recupero dei beni demaniali, locande, prodotti tipici, manutenzione delle oasi naturali. È il fine ultimo del mio progetto: ogni anno 2 milioni di turisti sul Po. Mi faccia gli auguri».

(712. Continua)

stefano.lorenzetto@ilgiornale.it

 

Commenti

gioch

Dom, 27/07/2014 - 10:21

A pranzi o cene,con colleghi e amici,da cinquant'anni,mi isolo perchè parlano di viaggi esotici.Quando mi interpellano per il mio silenzio,rispondo immancabilmente:"andate ,andate;ma non sapete quanto vi perdete a non conoscere il Po".Risultato:risatona.I pirla.