Il premier rilegge il voto di ottobre: «Una prova di stabilità per il Paese»

Matteo agita lo spauracchio Brexit: pensiamo ai nostri interessi

Roma A Londra Boris Johnson, il cancelliere dello scacchiere George Osborne, ma anche il premier uscente David Cameron cercano di depotenziare il referendum anti Unione europea e trasformare l'esito del voto pro Brexit in qualcosa di diverso. A Roma, in via preventiva, si consuma un tentativo politico molto simile. La trasformazione silenziosa del plebiscito sul governo di ottobre in un referendum pro o contro l' Europa. Non più un voto sulle riforme del ministro Maria Elena Boschi e quindi su tutto l'operato dell'esecutivo in carica. La strategia appare in modo sempre più evidente dalle ultime mosse del premier Matteo Renzi.

Ieri alla Camera, parlando degli ultimi rovesci europei, il presidente del Consiglio ha fatto un appello che va letto in chiave nazionale. «Mi rivolgo a tutti, ma in particolare a quei partiti che credono nelle grandi famiglie europee. Per la verità tutti i membri di questo Parlamento hanno un riferimento» in Europa, «dunque vi è una condivisione da parte di tutti» sull'Europa, «ma mettendo da parte chi crede che il proprio leader sia Farage o Le Pen, è arrivato il momento di provare a far sentire insieme la posizione dell'Italia al di là delle divisioni».

Chiaro il riferimento. Le famiglie europee presenti in parlamento sono il Pse. Quindi il Partito democratico che Renzi tiene a bada con qualche difficoltà. Poi c'è Forza Italia che è uno dei principali partiti del Partito popolare europeo. Lo stesso Silvio Berlusconi nelle ultime uscite e nel commento al referendum sulla Brexit ha fatto riferimento all'appartenenza popolare.

Il messaggio di Renzi è: se siete parte del Partito popolare, dovete contribuire a fermare la deriva populista. Facile collegare questo appello agli appuntamenti sempre più insidiosi dei prossimi mesi. La legge di Stabilità e poi, soprattutto, il referendum costituzionale.

Lo stesso premier lo ha prima trasformato in un plebiscito pro o contro l'esecutivo, di fatto tagliando fuori chi nel centrodestra di opposizione sarebbe stato disposto a votare delle riforme (per la verità poco condivise). Adesso il voto di ottobre potrebbe essere di nuovo reinterpretato, come una prova di stabilità per il Paese, con l'obiettivo di intercettare i voti dei moderati, sempre più spaventati.

Un serrate le righe, all'insegna dell'interesse nazionale, per essere più forti in Europa. «Siamo stati invitati per la prima volta a questo tipo di vertici. A Berlino cercheremo di portare le idee che ci hanno improntato in questi anni. L'Italia va a testa alta al trilaterale con Merkel e Hollande e domani a Bruxelles, con la consapevolezza che questo è il momento dell'equilibrio ma anche dello sguardo verso il futuro», ha spiegato Renzi.

Lo spauracchio Brexit può servire a ottenere qualcosa dalla Commissione europea in termini di flessibilità. Ma anche a invertire la tendenza sul referendum. I sondaggi danno in crescita il No. Di fronte agli effetti del voto inglese gli elettori moderati potrebbero cambiare idea. Anche perché di cambiamenti di date non se ne parla. «Non decido io quando si fa il referendum. Il referendum ha dei tempi che non decide il governo», ha assicurato Renzi.

AnS