Quei paesi dei balocchi e dei nuovi zombie

Ah, non ci sono più i centri commerciali di una volta! Ma com'erano una volta? In realtà il centro commerciale ha sempre diviso l'opinione pubblica, e anche gli intellettuali: chi li vede come il male assoluto, chi li vede come posti fantastici dove non solo fare shopping ma anche passare il tempo. Uno dei più grandi scrittori americani, Don DeLillo, nel suo romanzo Rumore bianco, del 1985, li vedeva come luoghi di alienazione, dove l'uomo scompariva e diventava merce. Una visione marxista molto diffusa, ripresa anche dall'antropologo Marc Augé, per il quale sono non-luoghi, ossia un posto dove non c'è alcuna identità, o ce ne sono troppe.

In un centro commerciale si può mangiare italiano, giapponese, indiano, africano, e tutto diventa uguale (e però i comunisti non dovrebbero essere contenti se tutto è uguale?), e tuttavia anche per Augé sono posti di alienazione, di spersonalizzazione, di mortificazione dell'essere umano. Ma c'è da dire che tutto ciò che è moderno, per la sinistra intellettuale, è alienazione (e però andatevi a vedere l'orrore dei centri commerciali della Germania dell'Est, che cercavano di imitare quelli occidentali). C'è poi la visione regionalistica, nostalgica, tradizionalista, quelli per cui i centri commerciali tolgono lavoro ai piccoli negozi, alle botteghe, alle librerie, e in molti casi è vero (ci sono librerie anche nei centri commerciali ma sempre meno, sempre più simili a discount di gadget). In ogni caso oggi i centri commerciali sono diventati dei micromondi autosufficienti, entri la mattina e puoi starci tutto il giorno senza fare niente, o farci di tutto. Puoi lasciare i bambini, andare al cinema, vederti un concerto, farti in giro in un simulatore di Frecce Tricolori, pranzare all'Old Wild West, e passare all'Ikea, dove gli stand sono così invitanti che io ci dormirei. Il problema è schivare gli addetti alle compagnie telefoniche che ti fermano ogni dieci passi per venderti un abbonamento che non vuoi (se lo volessi lo avresti già, e infatti i gazebi sono sempre vuoti). Tuttavia ci sono le migliori scale mobili, le migliori luci artificiali, mentre gli impianti acustici diffondono la migliore musica di merda.

Il mio desiderio sarebbe poterci andare di notte, senza nessuno, come nella più bella rappresentazione dei centri commerciali, quella del regista George A. Romero nel film La notte dei morti viventi, dove ci si rinchiudeva lì per scappare dagli zombi. Sensazione che per la verità ho provato due anni fa quando sono andato a «Porta di Roma» alle tre del mattino per mettermi in fila e comprare il nuovo Iphone: a un certo punto è arrivato un gruppo di anticapitalisti (di sinistra o di destra, non ricordo) a tirarci uova e farina, e anche una troupe di Santoro per insultarci. Erano gli zombi. È stato meraviglioso.