La rivolta nera dilaga negli Usa Duecento arresti in poche ore

Fermato anche il leader di Black Lives Matter E ora si teme per la convention repubblicana

Luciano Gulli

Forse bisogna tornare davvero al clima incandescente degli anni Sessanta, a quell'I have a dream pronunciato da Martin Luther King al Lincoln Memorial nell'agosto di 53 anni fa, per comprendere quel che sta accadendo nella società americana. Sembravano casi isolati, vaghi flash di un passato remoto quegli episodi di violenza gratuita, gli omicidi a freddo perpetrati fin dallo scorso anno dalla polizia nei confronti di cittadini di colore. Uccisi in qualche caso solo perché «sembrava» che fossero armati. L'infittirsi degli episodi, la vendetta sanguinaria che ne è scaturita a Dallas, con l'uccisione a freddo di cinque agenti, raccontano di un'America che sta vivendo una sorta di cupo flashback. In cui la «differenza» tra bianchi e neri, mai sparita del tutto nonostante un presidente nero alla Casa Bianca, sta tornando in superficie da profondità carsiche.

Certo nessuno oggi si sognerebbe di arrestare la nera Rosa Parks per essersi rifiutata, nel dicembre del 1955, di cedere il suo posto a un bianco su un bus. Ma nessuno si sarebbe neppure sognato di andare a rileggere le parole di Martin Luther King sentendole così disperatamente attuali. Il sogno del pastore protestante, politico e leader dei diritti civili era che l'America si sollevasse e vivesse appieno «il vero significato del suo credo che tutti gli uomini sono stati creati uguali». Ma non è così che sono tornati a sentirsi, ultimamente, gli abitanti del «melting pot», di quell'impareggiabile crogiuolo di etnie che sono gli Stati Uniti.

Invece che placarsi, la febbre innescata all'inizio della scorsa settimana dall'uccisione di due giovani uomini a Baton Rouge (Louisiana) e a St. Paul (Minnesota), resta alta in tutto il Paese. Oltre 200 arresti tra sabato e domenica, scontri i piazza, feriti, lanci di pietre e bottiglie contro la polizia si susseguono da nord a sud, da est a ovest. Strade bloccate (prima tra tutte la trafficatissima I-94 che collega St. Paul a Minneapolis), proiettili di gomma, marce di protesta, arresti e tafferugli da Nashville a New York a Baton Rouge, dove alcuni attivisti del redivivo «Black Panther» avevano con sé fucili da caccia. Trenta persone sono state arrestate in Louisiana, tra cui l'ex candidato sindaco di Baltimora Deray Mc Kesson, uno degli attivisti di spicco del controverso movimento per i diritti degli afroamericani Black Lives Matter (traducibile con: le vite nere contano), mentre l'apparato di sicurezza del dipartimento di polizia di Dallas è stato rafforzato dopo una serie di minacce anonime contro le forze dell'ordine.

Prove tecniche di guerra civile in una fiction pensata a Hollywood, sembravano certe scene di poliziotti in assetto da battaglia viste ieri alle finestre del Police Department di Dallas, dopo che un gruppo armato della città di Houston aveva minacciato di marciare sulla città in cui venne ucciso John Kennedy.

Cresce intanto la paura a Cleveland, la città che tra una settimana, dal 18 al 21 luglio, ospiterà la convention repubblicana che dovrà incoronare Donald Trump. Il timore è che l'uccisione dei cinque agenti, freddati da un cecchino che ha aperto il fuoco durante la marcia del Black Lives Matter, possa innescare gravi violenze in una città che rischia di attirare, a meno di difficili decisioni tese a limitare la libertà personale degli individui, migliaia di dimostranti, anti e pro Trump, che si troveranno a manifestare a poca distanza gli uni dagli altri.