La rivoluzione a scuola che nega il merito

Che l'istruzione - non quella che genericamente vien detta cultura, l'istruzione - sia un propellente essenziale all'insieme della crescita (...)

(...) e dello sviluppo della nazione è assolutamente fuor di dubbio. Altrettanto fuor di dubbio è che ad istruzione siamo messi male. Meritevole è, dunque, il proposito di inserirla, sotto la voce «scuola», nel pacchetto delle riforme alle quali il governo sta mettendo mano. Tuttavia, volerla definire, come ha voluto fare Renzi, «una rivoluzione» o peggio ancora «una sorta di Big Bang, una super scossa per far ripartire l'Italia», stando a quel che si è letto in proposito pare smaccato anche per un vivace imbonitore qual è il presidente del Consiglio.

La sostanza della riforma - ripeto, a quanto finora se ne è letto - è povera se non poverissima di reali contributi ad affinare se non a migliorare l'impianto didattico, il cui unico contributo consisterebbe nella reintroduzione dell'insegnamento della geografia, ora coartata nella demenziale disciplina della «geostoria». Per il resto, un nocivo eccesso e due dimenticanze foriere di guai. L'eccesso è rappresentato dall'accelerazione data alla «svolta digitale» nell'insegnamento. Un po' in calo la simpatia per le costose e del tutto inutili lavagne multimediali e altri simili accrocchi, la riforma Renzi punta le sue carte sulla informatizzazione a tappeto. Promettendo più computer, internet veloce e il coding , la piattaforma sponsorizzata da Obama per l'insegnamento dell'abc informatico (figurarsi: già il 46 per cento dei pre-adolescenti smanetta su tablet , Pc e smartphone alla velocità del suono).

Soldi buttati o comunque sacrificati al totem di una scuola e quindi di una didattica «innovativa», veloce, tecnologica. Quando invece non solo l'istruzione, come la natura, non facit saltus , ma ricusa le scappatoie ancorché mirabolanti del digitale. Che a giudizio della pressoché totalità dei pedagogisti, pediatri e psicologi ha il difetto di mettere in sonno alcune funzioni cerebrali ritardando la maturazione cognitiva, la considerazione attenta e approfondita delle nozioni, la registrazione e coordinazione di cognizioni, concetti, o enunciati. Insomma, molto ma molto meglio il vecchio dettato che cento download e altrettanti copia-incolla.

Le dimenticanze: la prima è il mancato riscatto dei punti di forza dell'insegnamento: l'autorità del docente e la meritocrazia. È scandaloso, per dirne una, che il giudizio d'un professore sia ribaltato da un magistrato del Tar, la cui competenza didattica è nulla. O, per passare al secondo punto di forza, che in nome dell'egualitarismo, del solidarismo nei confronti dei più deboli in danno dei migliori - quelli che poi rappresenteranno la classe dirigente di domani - seguiti a mancare il giudizio di merito e la conseguente sana, fondamentale discriminante fra chi studia, si applica, si sacrifica e chi scalda invece il banco. La percentuale di promossi all'esame di maturità è di uno strabiliante 99,2 per cento: non serve aggiungere altro.

L'altra colpevole carenza della riforma Renzi è il non aver affrontato il problema delle classi miste, frequentate da alunni di cittadinanza e lingua italiana e da extracomunitari o d'altra cultura e idioma. Non è questione di «tetto» per quest'ultimi: uno solo di loro rallenta e spesso frena - in nome di una mal riposta visione del processo di integrazione - il programma dell'anno scolastico. Facendo «restare indietro», come si dice, l'intera classe. Un guasto, questo, che è destinato ad aumentare di dimensioni e al quale una riforma della scuola «rivoluzionaria» e «Big Bang» avrebbe dovuto porre rimedio. Finché si è in tempo.