Roma dichiara guerra al Veneto

Stop alla legge «Prima i Veneti» negli asili e al fondo per le vittime della criminalità

Serenella Bettin

Venezia È un Veneto sempre più tartassato. E se lo Stato con una mano ti dà, con dieci ti toglie. L'altro giorno la legge anti-moschee, quella che regola l'edilizia dei luoghi di culto come chiese e sale di preghiera, è passata al vaglio della Corte costituzionale. Così uno esulta e invece no, perché la Consulta ha bocciato proprio le tre righe più importanti, quelle che avevano previsto che nelle moschee in Veneto si dovesse parlare italiano.

Il governatore del Veneto, Luca Zaia, però, era riuscito ad aggiungere anche questa alle leggi regionali, prima impugnate dal governo e poi promosse dalla Corte, come quella del referendum sull'autonomia e l'impugnazione della legge Madia. Ma zac, arriva la batosta e il nemico viene raso al suolo. Perché il governo ha impugnato un'altra legge davanti la Corte costituzionale, quella che consente, per gli accessi negli asili nido comunali, di dare la precedenza ai figli di genitori che vivono o lavorano in Veneto da almeno quindici anni. La legge in questione è «Prima i Veneti» o «Veneto first». Inoltre, come se non bastasse, è di ieri la notizia che la Consulta ha bocciato la legge regionale che istituiva un fondo per le vittime della criminalità, ossia per tutelare «i numerosi casi di cittadini che per aver difeso se stessi, la propria famiglia e i propri beni, sono incorsi si legge nell'articolo 12, della legge di Stabilità regionale 2016, dichiarato incostituzionale in angosciosi, infamanti e pluriennali traversie giudiziarie, accusati di eccesso colposo di legittima difesa o addirittura di omicidio volontario». Non solo. Di fatto, anche il fondo riservato alle forze dell'ordine rimaste ferite sul campo è stato bocciato.

Ma andiamo con ordine. La legge «Prima i Veneti» riguardante gli accessi negli asili nido era stata approvata il 14 febbraio e pubblicata sul Bur il 21. Aveva avuto i voti favorevoli di Lega, Lista Zaia, Fdi e dei tosiani che avevano proposto il provvedimento. Contrari, il Pd e il Movimento Cinque Stelle. Per il Consiglio dei ministri, però, la legge viola «il principio di ragionevolezza di cui all'articolo 3 della Costituzione, nonché gli interessi costituzionalmente protetti dall'articolo 31 della Carta costituzionale riguardanti il sostegno delle famiglie». In più «la norma regionale contrasta con la normativa europea in materia di libera circolazione dei cittadini dell'Unione e di parità di trattamento dei cittadini dei Paesi terzi soggiornanti di lungo periodo».

E dire che «corsie preferenziali» in alcuni comuni veneti, ci sono. Nota è la vicenda veronese del 2008, con la prima giunta Tosi che decise di dare dei punteggi aggiuntivi in base alla residenza per l'assegnazione degli alloggi pubblici. La Commissione europea aprì una procedura di infrazione nei confronti dell'Italia per «discriminazione indiretta ai danni dei cittadini migranti». Ma nel 2014 la procedura venne archiviata. Idem per Padova. Fu l'ex sindaco Massimo Bitonci a dare priorità per i residenti nel comune da dieci, quindici o vent'anni. Un regolamento tuttora vigente.

Ma Zaia non demorde. «Noi resisteremo davanti alla Consulta ha scritto ieri su Facebook - l'indicazione dei 15 anni di residenza non è discriminazione, ma afferma un principio di priorità, significa privilegiare chi è nato qui o chi, in Veneto, vive e lavora. Essere veneti non è una questione di sangue, ma di progetto di vita. Si fa così a Trento e Bolzano e a nessuno viene in mente di dire che è incostituzionale». Per il fondo invece a sostegno delle vittime della criminalità, i giochi sono chiusi. Erano 150mila gli euro che la Regione aveva deciso di destinare: 100mila per il patrocinio legale gratuito dei residenti in Veneto da almeno quindici anni e 50mila per il patrocinio legale e per le spese mediche delle forze dell'ordine ferite sul campo. Il motivo? È di competenza statale. E quindi aspettiamo.