Scuola pubblica e privata: quei problemi solo italiani

Perché in tutta Europa solo i genitori italiani, dopo aver pagato le tasse, non possono scegliere dove educare il figlio senza dover pagare due volte la libertà?

Rintracciabile già ai tempi della nascita dello Stato unitario, riproposto poi in sede di Assemblea Costituente della nascente Repubblica, il dibattito sulla scuola ha sempre visto la contrapposizione tra i sostenitori del suo rigido controllo statale per garantire l’elevazione del popolo ed i sostenitori, non solo cattolici, della libertà scolastica come libera iniziativa educativa e formativa. Sulla scia dei primi, il mainstream dominante continua a ritenere che il diritto di soggetti giuridici privati di aprire scuole e di erogare istruzione pubblica, in via sussidiaria, sia un diritto di risulta rispetto al diritto di tutti i cittadini ad essere istruiti dallo Stato, piegando così il dettato costituzionale fino alla negazione di un diritto soggettivo di libertà di scelta tra scuole pubbliche che svolgono un servizio pubblico, cioè per tutti, statali e paritarie.

Nemmeno la definizione parmenidea dell’unico ministro che avrebbe potuto sancirla legislativamente, anche per via del suo cognome evocativo, Luigi Berlinguer, è riuscita a risolvere la questione della parità scolastica, della pari dignità tra le istituzioni scolastiche statali e quelle paritarie. Nonostante che, infatti, dal 2000 sia stato messo nero su bianco che il sistema nazionale di istruzione è composto da scuole pubbliche, statali e paritarie, ancora oggi non è comunemente passato il concetto che l’offerta formativa è unica e conforme agli stessi ordinamenti generali, sebbene possa essere erogata o da istituzioni statali o da istituzioni paritarie, a garanzia del pluralismo formativo e della libertà di scelta educativa sanciti dalla Costituzione. Al contrario, non è comunemente avvertito che la contrapposizione tra “scuola pubblica” intesa come scuola esclusivamente statale e “scuola privata”, che pubblica non sarebbe, è solo ignoranza o mancata volontà di riconoscere il dettato costituzionale. Non è comunemente considerato che negare la libertà di scelta educativa configurerebbe una scuola di regime, riducendo il diritto costituzionale all’istruzione all’obbligo di riceverla solo da scuole statali.

Non è passata, per motivi ideologicamente pretestuosi, l’evidenza matematica che, per merito delle scuole paritarie, lo Stato risparmia sei miliardi di euro all’anno. Allo stesso tempo, non si vuole ammettere che per ogni studente delle paritarie, le famiglie sostengono il doppio costo della loro contribuzione alla fiscalità generale per un’istruzione statale non fruita e dell’onere da sostenere per l’esercizio della libertà di scelta educativa.

A ben vedere, un finto afflato egalitario determina il suo esatto effetto contrario, perché preclude l’esercizio della libertà di scelta proprio alle famiglie che non possono sostenere il doppio contributo. Insomma, non ci può essere libertà di scelta educativa se non viene garantita la libertà economica per il suo esercizio. Per questo, l’unico modo per rispettare fedelmente il dettato costituzionale del diritto all’istruzione e del diritto alla libertà di scelta educativa è quello di riconoscere una dote a ciascuno studente, pari ad un costo standard di sostenibilità ossia all’ammontare minimo di risorse da riconoscere a ciascuna scuola pubblica – statale e paritaria - sulla base di parametri certi. In sostanza, le risorse disponibili per il sistema di istruzione e formazione dovrebbero essere destinate alle famiglie, per finanziare l’istituzione scolastica pubblica, statale o paritaria, prescelta per i loro figli. Ciascuna istituzione scolastica, riceverebbe tante più risorse quanti più studenti riuscirebbe ad attrarre, generando una virtuosa concorrenza a complessivo vantaggio dell’intero sistema educativo. Scuole statali e scuole paritarie sarebbero incentivate a migliorare l’offerta formativa, a garantire la migliore integrazione con il sistema della formazione terziaria e con il mondo del lavoro, ad erogare efficaci servizi di orientamento e placement, per non perdere le risorse assegnate sulla base delle scelte di famiglie e studenti. Garantite sarebbero, in ogni caso, le piccole scuole di territori disagiati, attraverso l’economia dei mancati sprechi.

In uno Stato effettivamente liberale, solo attraverso il costo standard di sostenibilità, si può garantire la vera libertà di scelta educativa anche ai meno abbienti e non solo alle famiglie che possono permettersi di destinare ulteriori risorse per la scelta di una scuola diversa da quella statale. Oltre all’evidenza che il cambiamento richiede professionalità e competenze di eccellenza, nessuna obiezione e nessuna altra proposta resiste. Resta la regina delle domande: perché in tutta Europa solo i genitori italiani, dopo aver pagato le tasse, non possono scegliere dove educare il figlio senza dover pagare due volte la libertà?” Ci si può figurare un cartello sinistramente evocatore: “Qui disabili e poveri non entrano”, perché lo Stato non vuole garantire il diritto che ha riconosciuto.

E serpeggia la frase popolare: “Mica le ho fatte io le leggi? Mica è colpa mia se il ricco sceglie e il povero si accontenta? Mica è colpa mia se in Italia la libertà si paga? Mica è colpa mia…” Si sottraggono il politico, l’avvocato, il magistrato, lo studioso, il lettore, il giornalista, il religioso. “Si fa finta di niente, lo facciamo da sempre…ci si dimentica”, canta Fiorella Mannoia a Sanremo … questa è musica che si consuma sulla scena di un palco dell’Ariston; l’Italia vive su un altro palco dove le cose vanno proprio cosi. Non finirà mica bene.

Commenti

venco

Ven, 08/02/2019 - 18:25

Cara suora fai la tua missione di cristiana e non darti alla speculazione monetaria e affaristica di certi clerici della chiesa bergogliana