«Lo Stato mi ha tolto papà. La mafia? Non so cos'è»

Il terzogenito del boss: «Sono il figlio di Totò, non del capo dei capi»

Fabrizio de Feo

Roma «Sono figlio di Totò e non del capo dei capi». Alla fine la tanto discussa intervista di Bruno Vespa a Salvo Riina va in onda. Un confronto in cui il terzogenito del boss considerato il capo di Cosa Nostra dal 1982 fino al suo arresto si muove soprattutto sul filo di un racconto privato, centellinando frasi destinate a far discutere. «A casa nostra non ci siamo mai chiesti perché non andavamo a scuola. La nostra era una famiglia diversa». Totò Riina diceva di fare il geometra, «per me era un lavoro normale, poi negli anni ho pensato qualcosa di diverso. Eravamo dei bambini particolari, nati in modo molto diverso dagli altri». Nessun tenore di vita benestante, «non abbiamo vissuto nel lusso, la nostra è stata una famiglia molto modesta». «Mi manca mio padre, nel senso di stargli vicino». Alla domanda su cosa sia per lui lo Stato, Salvo Riina risponde: «È l'entità in cui vivo, la rispetto pur non condividendo determinate leggi o sentenze». E a proposito dell'annuncio dei media «ha vinto lo Stato» quando Totò Riina venne catturato nel gennaio 1993, Salvo Riina dice «non condivido la frase, perché mi ha tolto mio padre. Amo mio padre, mia madre, la mia famiglia, al di là di ciò che viene contestato. C'è uno Stato che giudica. Io penso ai miei familiari e ai valori che mi hanno trasmesso. Al di là delle sentenze c'è una persona umana, e sta pagando». «Il giudizio tocca solo a Dio. Non chieda a me se mio padre è pentito di quello che ha fatto».

Salvo Riina parla anche della sua posizione di condannato (a 9 anni) e ora in libertà condizionata, «accuse esagerate, come al solito quando si parla di Riina». Quindi sottolinea l'osservanza da parte sua al quarto comandamento, «dice di onorare sempre, rispettare, padre e madre». Vespa gli ricorda che esiste anche il comandamento non uccidere e che i comandamenti vanno osservati in blocco. E ancora: «Io non giudico Falcone e Borsellino. Qualsiasi cosa dico sarebbe strumentalizzata». Infine un giudizio duro sul trattamento preferenziale riservato ai pentiti. «Solo in Italia succede che non finiscano in carcere. In tanti altri Paesi democratici non succede che un pentito che dice di aver commesso centinaia di omicidi non fa neanche un giorno di carcere. Poi accusano le persone, le mandano in carcere e tornano a fare quello che facevano prima». La mafia cos'è? «Non so cosa sia. Oggi la mafia può essere tutto e nulla. Omicidi e traffico di droga non sono soltanto della mafia».