Il suo unico merito saranno le dimissioni

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Caro sindaco di Roma, Ignazio Marino, anch'io mi unisco al coro di quelli che le chiedono di dimettersi. Confesso che mi secca macchiarmi di conformismo, ma in questo caso non posso farne a meno. Non perché creda che lei abbia perpetrato chissà che in Campidoglio. D'altronde, vivo a Milano e ignoro i problemi della sua città, molti dei quali tuttavia sono evidenti, almeno quelli documentati dalle immagini televisive. So che lei non ha commesso reati e che probabilmente non c'entra nulla con le prodezze di Mafia capitale. Però ci sono tanti però che rendono insostenibile la sua permanenza accanita sul trono.

Primo però. Ho la netta sensazione che lei non sappia fare il sindaco, come del resto non lo saprei fare io. Ogni volta che mi hanno proposto di candidarmi, infatti, ho cortesemente rifiutato per il bene dei cittadini, e per il mio.

Secondo però. È assodato che i suoi predecessori non brillarono, avendo accumulato un passivo vertiginoso e contribuito con ferocia a rovinare Roma. Il fatto che lei sia riuscito a fare peggio di loro non depone a suo favore. Per decenza, le conviene svignarsela, altrimenti passerà alla storia come un barbaro, anzi, un barbaro da barzelletta, e questo un clinico come lei non se lo può concedere. Mi sembra che la sua reputazione abbia perso abbastanza smalto. Provvedere in fretta a limitare i danni.

Terzo però. Sorprende che abbia lasciato la professione medica per entrare in Parlamento. Ma è noto che la politica è una malattia cronica difficile da guarire. Bisogna (...)

(...) domandarsi chi glielo abbia fatto fare di rinunciare al comodo scranno di onorevole, e relative indennità, per finire in comune (sia pure con la fascia tricolore sul doppiopetto) dove lo stipendio del numero uno è modesto. A proposito, come campa con quattro soldi e quattromila moccoli che le tirano quotidianamente gli amministrati furibondi?

Quarto però. C'è qualcosa di eroico nella sua caparbietà ostentata nel tenere botta a coloro - milioni - che la sollecitano a levare le tende. Viene il sospetto che provi piacere a farsi spernacchiare dai compagni del Pd. Masochismo? Sventatezza? Fossi in lei mi rivolgerei in segreto a uno psicologo.

Quinto però. Dimentichiamo la Panda rossa in divieto di sosta e peccatucci veniali, la bicicletta e altre sciocchezze che comunque non le hanno incrementato la popolarità. I punti critici sono ben più pesanti. La sozzeria romana ricorda quella di Napoli nel periodo in cui i talk show si occupavano solo di immondizia da smaltire. Fra topi che passeggiano in via Veneto e gabbiani che svolazzano sui cassonetti traboccanti luridume, la Città Eterna è un'immensa cloaca a cielo aperto. Dato che non si può chiudere il cielo, chiuda lei l'esperienza in Campidoglio. Se la svigni senza polemiche, non si scusi, sloggi in silenzio e nessuno le torcerà un capello.

Suvvia, la preghiamo di compiere un'opera buona, l'unica della sua carriera di sindaco: sloggi con dignità. Al massimo le è permessa una dichiarazione in tivù: «Adesso vediamo cosa sarà in grado di combinare il mio successore». Sono sicuro che arriverà qualcuno all'altezza di farla rimpiangere, e sarebbe una sciagura, ovvio: per questo ciò si verificherà.

Aggiungo con serenità che lei è una persona perbene e forse non merita gli improperi che le piovono addosso. Ma non è sufficiente l'onestà per guidare Roma ed evitare guai. Lei sta alla politica come io sto alla fisica quantistica. È negato. Cerchi quantomeno di non annegare nel ridicolo. Il rischio è incombente. Il suo volto inspiegabilmente sorridente compare tre volte al dì sul video, e sui giornali è riprodotto su ogni edizione. Non si parla che di lei, male. Mi tolga e si tolga questa pena. Se non ce la faccio più io a sopportarla, si figuri la sua gente. Ad majora!