Quel superpremio al 40% che richiede legge e accordi

L'ipotesi di assegnare 340 seggi alla coalizione anziché alla lista. Il Colle spinge per armonizzare i due sistemi

Roma - La Consulta prende le forbici ed elimina le storture della legge elettorale senza comprometterne l'immediata applicabilità. È ciò che ha sempre fatto in base al principio della salvaguardia delle istituzioni, ma tanto basta a convincere Matteo Renzi di avere una pistola carica e di poter suonare la carica verso le urne. Francesco Bonifazi è tra i più lesti a twittare dopo la sentenza: «Non ci sono più alibi, votiamo». Il suo messaggio, però, viene cancellato. Poco dopo, è il capogruppo Ettore Rosato a dare la versione ufficiale: «Si sono create le condizioni per votare subito» E ancora: «O torniamo al Mattarellum oppure avanti con ciò che ha deciso la Consulta». Nella concitazione qualcuno azzarda come data il 23 aprile, una soluzione ancora più anticipata rispetto all'11 giugno, da tempo nella testa del segretario del Pd.

In realtà, al netto della richiesta di urne immediate rilanciata anche da Lega, Fratelli d'Italia e da M5s, la situazione è complessa (e il sistema del sorteggio dei capilista preoccupa parecchio i partiti più piccoli). Il Capo dello Stato ha messo chiaramente l'accento sulla necessità di «armonizzare» le leggi elettorali. Votare con due sistemi diversi alla Camera e al Senato sembra, quindi, una forzatura estrema. Una soluzione potrebbe essere quella di utilizzare anche per Palazzo Madama la legge da ieri valida per Montecitorio, magari assegnando il premio di maggioranza non alla lista, bensì alla coalizione. Anche perché, sondaggi alla mano, il 40% è una chimera irraggiungibile per tutti.

L'altro elemento è se sia possibile aprire subito una trattativa oppure sia necessario attendere le motivazioni che la Corte Costituzionale fornirà «entro un mese». Forza Italia non ha dubbi. «Occorre attendere le motivazioni perché il Parlamento a grande maggioranza possa consegnare agli italiani una legge che detti regole omogenee tra i due rami del Parlamento» dice Renato Schifani. E Renato Brunetta aggiunge: «I due sistemi elettorali rischiano di formare due maggioranze diverse, una alla Camera e una al Senato». Insomma al momento si avrebbe il paradosso, per dirla con Raffaele Fitto, di avere alla Camera dei listoni-ammucchiata e al Senato micro-liste spezzettate. Politicamente, invece, Gregorio Fontana invita il centrodestra «a mettere da parte le schermaglie e ragionare su un programma per vincere».

Un segnale importante arriva da Roberto Speranza che chiede al Parlamento di «riappropriarsi della potestà legislativa». Messaggio ancor più chiaro da Pierluigi Bersani: «Voto subito? Guardiamo la vita reale. Abbiamo qualche problemino: le banche; il lavoro e il referendum, il terremoto; abbiamo forse da fare una manovrina». La sinistra Pd, insomma, non condivide il «tutti al voto» renziano. Il segretario potrebbe essere favorito dal fatto che l'intervento sulla nuova legge si farà alla Camera dove la maggioranza è blindata. Naturalmente, però, sarà poi necessario il via libera del Senato. É chiaro che a questo punto le chiavi del voto sono in mano a Sergio Mattarella e a Paolo Gentiloni. Saranno loro a mediare e a decidere come muoversi qualora Renzi dovesse puntare i piedi e spingere per le urne entro giugno (in modo da evitare una Finanziaria lacrime e sangue) costringendo il premier a presentarsi al G7 di Taormina in piena campagna elettorale.

Commenti
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do-ut-des

Gio, 26/01/2017 - 10:36

qui c'è un Paese che va a bagascia e questi pensono a non perdere o come guadagnare poltrone.

Giulio42

Gio, 26/01/2017 - 11:15

Adesso sarebbe ora di alzare la soglia di sbarramento almeno al 5% e chi non la raggiunge, niente rimborso spese che è quello a cui mirano i partitini nulla facenti. Una coalizione con le idee chiare, un programma con pochi punti ma quelli indispensabili, lavoro, sicurezza e immigrazione e mandiamo a casa questa sinistra che ha fatto solo disastri.