Torna la Tbc: per vincerla si paga da sola i ricercatori

L'incredibile storia della scienziata questuante che ha scoperto un farmaco contro le forme incurabili: «Anch'io sono positiva al test della tubercolina»

Ma che cosa vuole questa qui da me? Prima mi scrive perché pretende l'indirizzo di un «tipo italiano» che da piccolo ha avuto la Tbc. Poi mi riscrive per avere il numero di cellulare di Thiago Silva, al quale la tubercolosi fu diagnosticata a Mosca quando giocava nella Dinamo (rimase assente un anno dalla Premjer Liga), costringendomi a risponderle che non ho mai messo piede in uno stadio. Quindi torna alla carica per estorcermi i recapiti dell'ex calciatore Roberto Bettega, anche lui ammalatosi di tubercolosi all'età di 21 anni e salvatosi dopo sei mesi di cure. E disdetta vuole che per Fryderyk Chopin, Franz Kafka e Amedeo Modigliani non ci sia più nulla da fare, altrimenti avrebbe cercato anche quelli.

Per l'unico di cui avevo i contatti, Bernardo Caprotti, inseguito non come ex tubercolotico bensì in quanto imprenditore da 7 miliardi annui di fatturato, la caterpillar Giovanna Riccardi, docente ordinaria di microbiologia all'Università di Pavia, s'è arrangiata da sola. Non oso pensare a quali astuzie sia ricorsa per farlo capitolare. «È stato molto gentile. Mi ha spiegato che Esselunga fa già un mare di beneficenza e che lui impiega il 20 per cento del suo tempo a esaminare tutte le richieste che gli arrivano. Un no, in pratica. Ma pochi secondi dopo mi ha ricontattato: “Quanto le serve?”. Quello che mi manca per arrivare all'obiettivo finale di 30.000 euro per finanziare il nostro progetto, gli ho risposto. “Quindi 17.000 euro?”. Che uomo, era andato a vedersi il sito! No, me ne bastano 12.000, dottor Caprotti, ho ribattuto. “Mi dia l'Iban”, ha concluso».

Nel frattempo, anche senza l'aiuto del «tipo italiano», di Silva, di Bettega e di altri personaggi famosi colpiti dalla Tbc, come Ornella Vanoni, dai quali non è arrivato neppure un centesimo («ma non gliene faccio una colpa, sia chiaro, saranno assediati da legioni di postulanti»), la professoressa Riccardi ha chiuso la sua campagna di crowdfunding spillando a oltre 500 donatori molto più del previsto: 45.274 euro. Quattrini che serviranno - succede anche questo in Italia - per pagare i ricercatori che lavorano con lei, impegnati oltre il normale orario di lavoro, e spesso a titolo volontario anche il sabato, nel progetto Tubercolosi, un killer riemergente: «Un post-doc, cioè un assegnista di ricerca, costa 22.000 euro annui. Per mandare quattro di loro a formarsi in un simposio scientifico internazionale devi metterne in conto almeno 3.000. Solo in materiale di consumo - reagenti chimici, terreni per far crescere gli agenti patogeni, strumenti monouso - ce ne vogliono dai 15.000 ai 40.000 l'anno».

Si pensava che il ricordo della malattia infettiva fosse destinato, per merito delle vaccinazioni e degli antibiotici, a rimanere impresso solo nella memoria delle sfortunate generazioni che hanno preceduto il boom economico, falcidiate dal morbo o abituate a vederne morire Marguerite Gautier, la Signora delle camelie, e Violetta Valéry, la Traviata di Giuseppe Verdi, e Mimì, la Bohème di Giacomo Puccini. Addio, debellata per sempre, insieme con le sputacchiere in ottone piazzate nei locali pubblici dalle Federazioni fasciste e con quelle di smalto bianco degli ambulatori Inam; con i francobolli da 10 lire recanti la croce di Lorena delle campagne nazionali contro la Tbc, venduti agli scolari ma inutilizzabili per la posta ordinaria; con i dispensari provinciali antitubercolari, improvvidamente smantellati dalla riforma sanitaria del 1978. Purtroppo non era affatto così. Il mal sottile, noto anche come tisi, causato dal Mycobacterium tuberculosis (o bacillo di Koch, dal nome del suo scopritore), è in assoluto il morbo infettivo di ritorno più diffuso a livello planetario, un'«emergenza sanitaria globale» secondo l'Oms: 9 milioni di nuovi infettati e 1,5 milioni di morti ogni anno nel mondo; 2 miliardi di persone, fra cui 7,2 milioni d'italiani, affetti da tubercolosi latente; aumento delle forme resistenti ai farmaci. Nella sola Sicilia sudorientale tra il 2004 e il 2009 si è registrato un incremento del 600 per cento dei casi di Tbc, dovuto al flusso migratorio di stranieri provenienti dall'Africa e dall'Est europeo, che nel 45 per cento dei casi sono portatori del bacillo di Koch (la Romania è il Paese a più elevata incidenza di tubercolosi nella Ue).

La professoressa Riccardi, componente dell'European academy of microbiology, va in cerca di rimedi per trattare i casi di Tbc provocati da batteri resistenti agli antibiotici oggi in uso. Nel 2009 ha annunciato con un articolo su Science che la sua équipe aveva identificato il bersaglio cellulare di una classe di nuovi farmaci antitubercolari, i benzotiazinoni, che ora sono nell'ultima fase di sviluppo preclinico: «Dovrebbero essere sperimentati sull'uomo a partire dal prossimo autunno. Ma le nostre ricerche proseguono».

Per questo ha bisogno di soldi.

«In Italia ottenere finanziamenti è praticamente impossibile. Per fortuna abbiamo quelli della Commissione europea. Ma chi paga i 4 assegnisti e i 5 dottorandi impegnati nei laboratori di microbiologia? Persino i 178.000 euro del brevetto relativo ai benzotiazinoni, che ci sarebbero spettati come compenso, li abbiamo impiegati per finanziare due post-doc per quattro anni».

Molti fuggiranno all'estero.

«Non me ne parli. Marco Bellinzoni e Giulia Manina mi sono scappati all'Istituto Pasteur di Parigi, Massimo Mentasti al Centro diagnostico anti Tbc di Cardiff, Fabio Canneva in Germania. Non torneranno mai più, temo. Ma un po' mi consola il fatto che qui in istituto siano arrivati a imparare Aygun Israyilova da Baku, Ana Luisa Ribeiro da Lisbona, Alberto Ruiz Sorribas da Barcellona».

A quando risale la sua vocazione per lo studio del bacillo di Koch?

«Sono nata nel 1952 a Golferenzo, nel Pavese. Fino a 8 anni ho vissuto a Rivada, in una casupola circondata dai boschi. Non avevamo né luce, né acqua, né gas. Uniche fonti di reddito, una piccola vigna, alcune mucche e una capra per darmi il latte. Eravamo talmente poveri che il mio primo regalo di Natale all'età di 5 anni, una radiolina a transistor, papà dovette restituirlo al venditore perché non riusciva a pagare le rate. In quell'ambiente non fu difficile diventare positiva al test della tubercolina. Per fortuna, come nella maggioranza dei casi, non sviluppai la tubercolosi, anche se ancor oggi avrò quasi sicuramente una forma latente perché il bacillo ha la capacità di rimanere in letargo per anni senza causare disturbi finché le difese immunitarie sono buone, salvo riattivare la Tbc quando calano. Mio padre, contadino, socio della cantina La Versa, si crucciava: “Io capisco che i sapientoni dicono stupidaggini, ma non ho i mezzi per replicare. Perciò tu devi studiare, così potrai uscire dall'ignoranza e dalla povertà, altrimenti te ne vai nel campo con quella”, e m'indicava la zappa appesa dietro la porta della cucina. La conservo ancora».

Così ha fatto, ha studiato.

«Ho anche raccolto il fieno e vendemmiato. Finita la quinta liceo, dovevo scegliere tra filosofia e biologia. Il cuore m'avrebbe suggerito la prima, ma abbracciai la seconda perché pensai che fosse più utile all'umanità».

Chi è stato il suo maestro?

«Il professor Orio Ciferri, docente di microbiologia. Si arrabbierà a leggerlo: ha sempre sostenuto di non avere allievi. Non faceva complimenti e non risparmiava critiche. Con lui mi sentivo sempre in colpa: non sapevo bene l'inglese, non avevo letto l'ultimo articolo scientifico su Nature, mi ero persa l'ultimo film, non conoscevo l'ultimo libro, non ero andata all'ultimo concerto. Io leggevo Il Giorno, lui l' Herald Tribune. Tutte le volte che ci parlavo insieme, mi elargiva delle citazioni, in lingua italiana quando andava bene, più spesso in latino o in inglese, che io allora non capivo. Mi ha massacrata. Ma che guida!».

Perché ha studiato proprio la Tbc?

«Perché ce l'avevo nel sangue, posso ben dirlo. Un cugino di mio padre ne era morto; un altro fu salvato in extremis con l'isoniazide, un tempo il farmaco antitubercolare per eccellenza, tanto da essere chiamato magic drug. Lavorare sui batteri fotosintetici che cambiano il colore dei laghi alpini non mi bastava più. Fu la tisiologa Lidia Pasturenzi a darmi l'idea: “Dovresti occuparti della tubercolosi, che è ritornata a colpire in grande stile”».

Come mai la Tbc non è debellata?

«È coevoluta con l'uomo. I ceppi moderni sono comparsi 40.000 anni fa, quando i primi individui si sparsero nel mondo dall'Africa. Il patogeno ha sviluppato meccanismi sofisticati per vivere dentro di noi e non farsi eliminare. Il medico e microbiologo Robert Koch isolò il Mycobacterium tuberculosis soltanto nel 1882, ma per una cura si dovette aspettare fino al 1941, quando per la prima volta fu sperimentata sull'uomo la penicillina scoperta nel 1928 da Alexander Fleming».

In che modo si trasmette la tisi?

«Attraverso la tosse. Nel 95 per cento dei casi il sistema immunitario la contrasta, per cui chi entra in contatto con il batterio manco se ne accorge. Ma un certo numero di bacilli si annida silente in particolari cicatrici polmonari, chiamate tubercoli, e talvolta nei linfonodi. Non appena le difese immunitarie si abbassano, come in chi è colpito dall'Aids, ecco che la Tbc esplode».

Perché è tornata a uccidere?

«Nel Terzo mondo, dov'è endemica, non ha mai smesso di farlo. L'80 per cento degli africani e degli asiatici risulta positivo al test della tubercolina. Nei Paesi occidentali la Tbc è tornata a diffondersi con le migrazioni. Ma l'aspetto peggiore è che sono comparsi ceppi multiresistenti, cioè insensibili ai farmaci: una laureata in ingegneria di Bologna è in cura da due anni ma non guarisce».

Di che medicine stiamo parlando?

«La multiterapia dell'Oms prevede in prima battuta isoniazide, rifampicina, pirazinamide ed etambutolo. Ma esistono casi di tubercolosi Tdr, totally drug resistent, e per nostra sfortuna sono stati isolati in Italia, Iran, India e Sudafrica. Per questi non servono a nulla né gli antibiotici né il sanatorio di Sondalo o lo Schatzalp sanatorium di Davos, in Svizzera, dove fu ricoverata la moglie di Thomas Mann, che ne parla nella Montagna incantata».

Di qui le sue ricerche per nuove cure.

«È una battaglia che continua da 23 anni, da quando invitai a Pavia il numero 1 al mondo nello studio della Tbc, il professor Stewart Cole, che lavorava all'Istituto Pasteur di Parigi e oggi continua la sua lotta all'École polytechnique fédérale di Losanna, anche grazie alle sovvenzioni di Bill Gates, fondatore della Microsoft. C'era uno sciopero dei treni, lo riaccompagnai a Milano con la mia auto. Durante il viaggio mi propose di sequenziare un frammento del genoma del Mycobacterium leprae, l'agente eziologico della lebbra. Allora si faceva a mano. Ci volle un anno di lavoro. Subito dopo mi indirizzò a identificare nuove molecole in grado di combattere la Tbc e a svelare i meccanismi di resistenza ai farmaci».

Quante ne avete studiate?

«Un migliaio. Solo nell'ultimo quinquennio ne abbiamo esaminate oltre 300, una decina delle quali piuttosto interessanti. Ora lavoriamo su altre 15».

Però scarseggiano i fondi.

«L'ultimo finanziamento arrivato dal ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca risale al 2008: erano 24.000 euro per un biennio. Non paghi nemmeno lo stipendio di un ricercatore, che guadagna 19.500 euro lordi l'anno e riceve 1.300 euro al mese in busta paga. E stiamo parlando dei più fortunati».

Quindi da ricercatrice s'è dovuta trasformare in frate cercatore.

«Per fortuna, oltre a Caprotti, ho incontrato sulla mia strada Gabriele Albertini, ex sindaco di Milano; il cardiochirurgo Luigi Martinelli; il senatore Giuseppe Valditara; il professor Elio Guido Rondanelli, già direttore scientifico del Policlinico San Matteo di Pavia; l'ex sindaco della nostra città, Alessandro Cattaneo; persino le Sorelle Ramonda, dove mi vesto abitualmente. Per non parlare dei miei ex studenti in Italia e all'estero. Mi hanno commosso per la loro generosità i Lions dell'Oltrepò Pavese e gli abitanti di Santa Maria della Versa, la terra di mio padre, dove una coppia che gestisce una merceria ha raccolto 1.500 euro con un salvadanaio messo sul bancone del negozio».

Com'è che in questo dipartimento vedo soprattutto ricercatrici?

«Stewart Cole sostiene che le donne amano la microbiologia. Io credo, più semplicemente, che le donne studino molto più degli uomini. E all'occorrenza riescono anche a mantenere i figli di cui lo Stato si dimentica».

(748. Continua)

stefano.lorenzetto@ilgiornale.it