Turchia, inferno dei bambini: spunta anche il colosso H&M

Costano poco, lavorano molto e non si lamentano mai Così Ankara sfrutta l'immigrazione per fare affari d'oro

Gian MicalessinÉ il nuovo inferno dei bimbi in catene. E la Turchia del lavoro minorile e dell'infanzia negata. La Turchia pronta ad arricchirsi e a svilupparsi grazie allo sfruttamento sistematico di quasi 300mila ragazzini tra i 7 e i 14 anni. L'aspetto più vergognoso di questa nuova scandalosa vicenda è però l'origine di molti dei 300mila lavoratori minorili individuati in Turchia dall'Organizzazione Internazionale del Lavoro. Una buona parte di quei bimbi-schiavi arriva dai campi profughi dove vivono segregati oltre due milioni di rifugiati siriani. Il paese del presidente Recep Tayyp Erdogan, a cui l'Europa è pronta, su iniziativa di Angela Merkel, a devolvere tre miliardi di euro per bloccare l'esodo dei migranti è , insomma, il grande orco pronto a sfruttare i figli di quei disgraziati in fuga dalla guerra. A lanciare l'allarme ci pensa il Bhrrc («Business and Uman Right Resource Centre» ovvero «Centro risorse per gli affari e i diritti umani») un'organizzazione «no profit» inglese impegnata nella lotta al lavoro minorile. Negli ultimi mesi l'organizzazione ha chiesto alle maggiori catene di abbigliamento inglesi d'indagare sulla presenza di minori all'interno delle linee di produzione sub appaltate ad aziende turche per contenere i costi di produzione. Ebbene «Next» ed «H&M», ovvero le uniche due fra le 28 compagnie interpellate pronte ad esibire i risultati di ricerche apparentemente non addomesticate, devono ammettere con vergogna di aver trovato prove evidenti dell'impiego di minori all'interno degli stabilimenti tessili in cui è stata delocalizzata la loro produzione. Ma la scandalosa ammissione di «Next» ed «H&M», a cui s'accompagnano il silenzio o le risposte ambigue di molti altri grossi marchi presenti sul mercato inglese, sono soltanto la punta dell'iceberg. Come spiega uno studio dell'Università Hacettepe di Ankara le leggi e i controlli delle autorità turche impediscono alla maggior parte dei migranti siriani in età adulta di trovare un posto di lavoro. E proprio questo divieto, deciso per evitare la naturalizzazione dei rifugiati, fa si che la maggior parte dei lavoratori di origine siriana siano minorenni. «Soprattutto nel settore dei lavori stagionali o in quelli a sfruttamento intensivo, come nel campo della produzione tessile o delle costruzioni, il lavoro minorile sta diventando la norma - spiega Murat Erdogan, autore dello studio e direttore del centro universitario - questo succede perché i bambini dei profughi siriani sono semplici da manipolare, non creano problemi, imparano subito e sono molto più a buon mercato di qualsiasi altra forza lavoro». Stando ad un inchiesta svolta in Turchia da Al Jazeera America un bambino siriano viene pagato la metà, o addirittura meno di un terzo, rispetto ai 400 euro che in Turchia dovrebbero, in teoria, rappresentare il salario minimo da versare per legge ai lavoratori adulti. Senza contare che - come spiega l'inchiesta di Al Jazeera America - i bambini vengono costretti a rimanere al loro posto per almeno 10 ore al giorno e non usufruiscono né del fine settimana, né delle ferie. Sono insomma gli schiavi perfetti per far marciare un settore tessile costretto, fin qui, a subire la dura concorrenza della Cina e di altri paesi del Sud Est asiatico. Un settore tornato a pompare alla grande da quando i campi profughi hanno accolto più di due milioni di disgraziati in fuga dal conflitto siriano. «Mi piace la scuola e vorrei tornarci, ma mia madre non mi ci fa più andare perché ha bisogno dei soldi che guadagno per mangiare» raccontava Hamza un bambino di sette anni trovato a lavorare all'interno di un panificio dai giornalisti del Guardian che già nel settembre 2014 avevano denunciato lo sfruttamento dei piccoli profughi siriani in Turchia. Già allora i rapporti dell'Unicef stimavano che nei campi profughi almeno un bambino siriano su dieci fosse costretto a lavorare in ristoranti negozi e fattorie. O venisse mandato a chieder la carità per strada.