Tutti accusati di riciclaggio ma solo Giancarlo in arresto

Fini e la compagna liberi anche se il gip li dipinge come suoi complici. E l'inchiesta non si ferma

Roma Il cognato latitante a Dubai, lui, per ora, a piede libero. Eppure per la procura il riciclaggio riguarda entrambi, e infatti entrambi sono indagati. Perché dunque chiedere le manette per il giovane «arrogante e predatorio» Giancarlo Tulliani e non per la socia-sorella Elisabetta e ancor più per Gianfranco Fini? In fondo l'ex terza carica dello Stato e la third lady, come scrive il gip nell'ordinanza di arresto per Giancarlo, sono «anche loro coinvolti in fatti seriali, di identica, gravissima lesività».

Più che valutazioni difformi per fatti simili, però, si può pensare che il problema sia relativo alla definizione dei ruoli e all'accertamento delle responsabilità. Ed è qui che l'ordinanza sembra indicare come per gli inquirenti - e per il giudice - sia sempre meno convincente quella dichiarazione di Fini a proposito del suo essere semplicemente un «coglione». Sembrava una spietata autoanalisi, la resa di un uomo condannato dai suoi sentimenti e dalla sua ingenuità, vera vittima di una famiglia acquisita che stando al suo fianco si era arricchita accumulando, secondo gli inquirenti, milioni di euro di profitti illeciti. Ma per i pm potrebbe essere una strategia difensiva. Perché Fini in questa storia sembra essere al centro dell'azione. E a mettercelo, va detto, è stato Amedeo Laboccetta con i suoi due verbali, quello dell'interrogatorio di garanzia e il secondo, messo nero su bianco a inizio marzo. Ecco spiegato lo scatto di Fini, che annuncia di voler querelare l'ex compagno di partito, rinnegando quelle accuse di Laboccetta. Che però non ha parlato al bar, ma ai magistrati, che su quelle parole si sono messi al lavoro. E, come scrive il Gip, «alcune dichiarazioni già hanno trovato riscontro», sul resto «sono in corso altri accertamenti».

Quello che viene fuori incrociando i verbali di Laboccetta e le vicende già note che riguardano la «barriera corallina», ossia il cerchio magico al quale il Re delle slot Francesco Corallo si era appoggiato per sbarcare con il suo impero in Italia, è che l'elemento che fa da sfondo a tutto è proprio Fini. Che nel 2004 chiese a Laboccetta di presentargli Corallo «da cui evidentemente voleva qualcosa», spiega l'ex parlamentare. Ricostruendo come un paio di fedelissimi finiani, Giancarlo Lanna e Ferruccio Ferranti, fossero stati i primi «soci» di Corallo per la gara vinta nel 2004. E rivelando che Fini, presentandosi al re delle slot, «gli disse che era molto amico di Giorgio Tino», dg dei Monopoli, e «che per qualsiasi cosa si sarebbe potuto rivolgere a lui», o al suo braccio destro Proietti Cosimi. Poi Corallo fa fuori i «soci». Che vengono scavalcati dai Tulliani, ricorda il gip. Per il quale la famiglia era consapevole che i soldi erogati da Corallo arrivavano per un movente: la «illecita interrelazione dell'impresa con un influente membro del Governo a loro legato, ossia Fini». L'uomo che lega tutti gli scenari. Quello che secondo Laboccetta avrebbe chiesto direttamente a Corallo di realizzare «il sogno di una casa a Montecarlo». E l'unico motivo per cui il re delle slot era in affari con i Tullianos.

Commenti
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mortimermouse

Mer, 22/03/2017 - 18:43

evidentemente, fini ha dei segreti che fanno tremare alla sinistra, mentre gli altri non contano niente :-) altrimenti non si spiega come mai ci sia un attacco solo contro di lui....

federik

Mer, 22/03/2017 - 23:11

Se Giuda la passa liscia vuol dire che in Italia non esiste Giustizia