Yara, per salvare Bossetti si combatte su due Dna

Il ring è l'aula della corte d'Assise di Bergamo. Il round è pesante, potrebbe risultare decisivo. Si combatte sulle perizie, su quel Dna finora unica vera prova che incastra Massimo Bossetti; la traccia scientifica, secondo l'accusa certa al 99,99999987% della sua colpevolezza ma che invece, secondo la difesa del muratore di Mapello, tale non sarebbe. Lui, l'imputato, dall'angolo del quadrato, jeans e felpa blu, osserva, impassibile come sempre. Impenetrabile, gli occhi blu inchiodati sui «pugili»: avvocati, periti e giudici.Non mancano i colpi «scorretti». Il presidente della Corte d'assise di Bergamo, Antonella Bertoja, come un arbitro, interviene per richiamare Paolo Camporini, ieri unico legale di Bossetti causa assenza per malattia del collega Claudio Salvagni. Al centro del contendere l'ormai famoso Dna nucleare trovato sugli indumenti di Yara diverso dal Dna mitocondriale (quello che serve a determinare la parentela di due o più persone attraverso la linea materna) rilevato sui resti della vittima. Il primo dimostrebbe in modo inconfutabile il contatto tra Bossetti e Yara Gambirasio la sera del delitto; del secondo non è stato possibile stabilire l'appartenenza Ecco l'incongruenza su cui si disputa il match. «Lei ha mai eseguito un Dna mitocondriale?» ha domandato la difesa del muratore ad Andrea Piccinini, responsabile del Laboratorio di Genetica forense dell'Università degli Studi di Milano nominato consulente della procura. «No», ha risposto l'esperto. «E non sa nemmeno che cosa sia?», ha insistito l'avvocato Camporini. Sul duro botta e risposta è intervenuto il giudice Bertoja. Ammonendo la difesa: «Avvocato - ha sottolineato il presidente - non siamo qui a fare gli esami ai consulenti, è una questione di educazione». «La corte - ha continuato il magistrato - ha più volte spiegato che non devono essere poste domande sul Dna mitocondriale a chi materialmente non se ne è occupato. Per il resto, possiamo acquisire ampia letteratura».A cercare di risolvere la dicotomia, Emiliano Giardina, genetista dell'università Tor Vergata di Roma. Lui ha ripercorso gli accertamenti svolti sul Dna mitocondriale trovato nella stessa traccia che conteneva il Dna nucleare di Ignoto 1. «Il fatto che l'esame non abbia dato esito non vuol dire che questo Dna non ci sia», ha puntualizzato cercando poi la «giustificazione». «Le tecniche di analisi per il Dna nucleare hanno avuto gli stessi progressi che in 25 anni ha avuto l'informatica mentre quelle relative al mitocondriale sono rimaste le stesse del 2000. È come se per il Dna nucleare si usasse l'iPhone - ha argomentato - mentre per il mitocondriale si usi ancora il telegrafo».Argomentazioni che ai difensori dell'uomo accusato di aver sequestrato e ucciso Yara cinque anni or sono, non bastano. Si contestano non solo i risultati ma anche, e sopratutto, il metodo con cui si è arrivati a conclusioni colpevoliste. Giardina è infatti responsabile del laboratorio che per mesi aveva erroneamente comparato la traccia mitocondriale del gruppo di donne individuate come possibili madri del killer - in cui era compresa Ester Arzuffi, mamma di Bossetti - con il mitocondriale di Yara e non di Ignoto 1.Il round finisce qui. Ma non l'incontro. Al nuovo gong i legali di Bossetti potrebbero chiedere una nuova perizia, stavolta collegiale, della Corte d'Assise. Nessuno ha il colpo del ko.