Via Poma, processo a Busco: "Ho la serenità dell'innocente"

Nel 1990 fu uccisa Simonetta Cesaroni. I giudici della Corte d'Assise di Roma cercheranno di risolvere il mistero: l'ex fidanzato a giudizio

Roma - Era il 7 agosto del 1990 quando Simonetta Cesaroni fu uccisa con 30 colpi di tagliacarte in una delle stanze dell'ufficio dove lavorava. Anni di misteri e colpi di scena per un omicidio, divenuto un giallo. Oggi la storia di uno dei delitti più efferati della storia della cronaca nera approderà per la prima volta in un'aula giudiziaria. Nell'udienza, aggiornata al 16 febbraio, il Comune di Roma si è costituito parte civile e la Corte ha dato il via libera alla presenza di telecamere e fotografi in aula.

La prima udienza "Facciamo questo processo dopo 20 anni perché il reato di omicidio è tra quelli più gravi previsti dal nostro Codice. Per le aggravanti contestate è imprescrittibile, ciò significa che l’interesse dello Stato non si estingue mai". Ha detto così il pm Ilaria Calò presentando la lista degli 84 testi che saranno chiamati a deporre. Non solo i familiari della vittima, ma anche tutti gli agenti di polizia e investigatori intervenuti sul posto quella sera. Gli esperti della scientifica che fecero i primi rilievi, i colleghi e datori di lavoro della vittima, i soggetti collegati all’immobile, gli amici, i conoscenti capaci di "riferire sui rapporti tra Simonetta e Raniero Busco". Il magistrato ha chiesto e ottenuto che venga ascoltata anche la ginecologa che aveva in cura Simonetta e che le prescrisse una pillola anticoncezionale che comunque la ragazza non usò mai. In ultimo sfileranno nell’aula bunker di Rebibbia anche i diversi consulenti utilizzati dalla procura e che si sono concentrati sulle tracce di dna rilevate sui reperti. Il pm Calò oggi ha depositato anche le interviste e il girato, mai trasmesso, di una puntata di Telefono giallo che si occupò della vicenda. Sono state anche prodotte le sentenze di proscioglimento e di archiviazione che hanno riguardato persone che in precedenza erano state coinvolte nel caso, come il vecchio portiere dello stabile di via Poma, Pietrino Vanacore, e il manager Federico Valle.

Tutti i misteri da svelare Nell'aula bunker di Rebibbia i giudici della terza Corte d'Assise di Roma, presieduta da Evelina Canale, cercheranno di risolvere il mistero che da troppo tempo circonda la tragica morte di Simonetta Cesaroni. E sul banco degli imputati salirà l'ex fidanzato, Raniero Busco, che all'epoca era legato alla ragazza da un rapporto piuttosto burrascoso. Busco si sfilò quasi subito dalla rosa dei sospettati grazie a un alibi che allora resse al contraccolpo delle indagini. Ma lo scorso novembre il gup Maddalena Cipriani decise per il rinvio a giudizio di Busco con l'accusa di omicidio volontario.

Il ruolo dell'ex fidanzato L'ex fidanzato di Simonetta Cesaroni finì al centro dell'inchiesta a 17 anni dal delitto. Fu scoperta una traccia della sua saliva sul corpetto che la ragazza indossava quando fu uccisa. Sul suo alibi (ha sempre sostenuto che al momento del delitto era con un amico, ma questi negò), le perplessità della procura di Roma; anche se, per quell'omicidio tanti personaggi nel tempo sono finiti nel mirino degli inquirenti. I primi accertamenti s'incentrarono su Pietrino Vanacore, il portiere del palazzo di via Poma, e Federico Valle, nipote di un vecchio architetto che abitava in quello stesso edificio. Furono prosciolti nel 1993 (il primo dall'accusa di favoreggiamento, il secondo da quella di omicidio); la decisione divenne definitiva nel 1995 dopo il ricorso in Cassazione.

Lo scontro in aula In tribunale ci saranno da una parte, le motivazioni dell'accusa per le quali l'arcata dentale di Busco è compatibile con la traccia di morso lasciata sul seno di Simonetta; e dall'altra, il consulente della difesa che solleverà dubbi. "Raniero Busco è stato incastrato - ha più volte sottolineato l'avvocato Paolo Loria - C'é in noi estrema delusione. Il pm ha fornito solo mezze prove; noi faremo emergere le contraddizioni di cui è piena questa vicenda. In aula dimostreremo che non ci sono prove a carico di Busco, ma solo una traccia che potrebbe essere stata frutto di contaminazione tra reperti". La battaglia per la verità si annuncia difficile e non priva di colpi di scena.

Busco: "Sono tranquillo" "Ci apprestiamo a questo processo con la serenità dell’innocente". Lo ha detto l’avvocato Paolo Loria, legale di Busco, a conclusione della prima udienza che si è tenuta davanti alla terza Corte d’Assise. "Tutto quanto abbiamo sentito era atteso - ha aggiunto il penalista - erano tutte cose scontate che per il 90% non ci interessano. Siamo e sono sicuro dell’innocenza di Raniero Busco". L'imputato non mostra altrettanta fiducia: "Se io sono tranquillo? È una parola grossa". A chi gli faceva notare che la moglie, Roberta Milletarì, era con lui in aula ha risposto: "È importante avere una donna così". Ben più combattiva la moglie: "Sono arrabbiatissima per questa vicenda, ma molto combattiva". La donna ha detto ai cronisti che gli ultimi tre anni "sono stati massacranti: mi auguro che oggi sia l’inizio della fine. Non abbiamo paura, non ci dobbiamo nascondere da nulla, la verità verrà fuori". La moglie dell’imputato ha affermato che "è l’innocenza che ci fa andare avanti". Milletarì ha affermato di conoscere Busco dal 1991 e di essersi sposata con lui nel 1998. "Abbiamo due figli gemelli di otto anni - ha spiegato - a cui abbiamo dovuto fare alcuni accenni della vicenda del padre".