Povertà, Istat: una famiglia su 5 è in difficoltà

Il rapporto annuale dell'Istat lancia un allarme sulla fascia più bassa della popolazione: il 6,3% fatica ad arrivare a fine mese, il 10,4% non riesce a far fronte a una spesa imprevista da 700 euro. Il nuovo disoccupato ha tra i 35 e i 54 anni, è un padre di famiglia e lavorava nell'industria al Centro-Nord

Roma - Una famiglia su cinque ha difficoltà economiche crescenti e il 6,3% addirittura non riesce ad arrivare a fine mese. Lo scenario è tratteggiato dall’Istat nel Rapporto annuale 2008. Secondo l’istituto di statistica, il 22% circa delle famiglie italiane è vulnerabile mentre il 41,5% si può definire "agiato". Nel dettaglio, l’Istat spiega che del 22% di chi ha problemi circa 2 milioni e mezzo di famiglie (il 10,4%) segnalano difficoltà economiche più o meno gravi e risultano potenzialmente vulnerabili soprattutto a causa di forti vincoli di bilancio. Spesso non riescono a effettuare risparmi e nella maggioranza dei casi non hanno risorse per affrontare una spesa imprevista di 700 euro. Sono la Sicilia (20,1%) e la Calabria (17,1%) le regioni dove è maggiore la frequenza di questo gruppo.

In crisi Circa un milione 330 mila famiglie (5,5%) incontra difficoltà nel fronteggiare alcune spese. La maggioranza di queste famiglie si è trovata almeno una volta nel corso del 2007 senza soldi per pagare le spese alimentari, i vestiti, le spese mediche e quelle per i trasporti. Dal punto di vista territoriale "le famiglie in difficoltà per le spese della vita quotidiana" risultano relativamente più diffuse nel Mezzogiorno. In particolare Sicilia 12,3%, Calabria 11,6 e Puglia 10,3%. Circa un milione e 500 mila famiglie (6,3%) denunciano, oltre a seri problemi di bilancio e di spesa quotidiana, più alti rischi di arretrati nel pagamento delle spese dell’affitto e delle bollette, nonché maggiori limitazioni nella possibilità di riscaldare adeguatamente la casa e nella dotazione di beni durevoli. Sono residenti al Sud, in Campania 15,1% e in Puglia 12,3%, mentre in tutte le regione del Centro-Nord rappresentano meno del 5% della popolazione di ciascuna regione. Altri dieci milioni di famiglie (il 41,5% del totale) invece mostrano livelli inesistenti o minimi di disagio economico. Si tratta di famiglie con redditi alti e medio-alti, più diffuse nel Nord del Paese, in particolare residenti in Trentino-Alto Adige e in Valle D’Aosta. Circa 8 milioni e 800 mila famiglie infine (il 36,3%) vivono in condizioni di relativo benessere. Si tratta prevalentemente di famiglie formate da adulti e anziani a reddito medio (concentrate soprattutto in Molise con il 39,4% e in Liguria 36,7%) e di altre più giovani a reddito medio e medio-alto, che hanno come problema quasi esclusivo il rimborso del mutuo. Sono diffuse nelle regioni del Centro e del Nord, in particolare in Lombardia con il 10%, e nelle Marche e in Toscana con il 9,7%.

I nuovi disoccupati  Il "nuovo" disoccupato è un uomo di età compresa tra i 35 e i 54 anni, che ha perso un lavoro alle dipendenze nell’industria, risiede nel Centro-Nord, è in possesso al più della licenza secondaria e spesso ha responsabilità familiari. In termini assoluti interessa maggiormente il lavoro dipendente, ma ha colpito anche i lavoratori in proprio. Il principale motivo della perdita del lavoro è la scadenza di un contratto a termine. La perdita del lavoro per licenziamento, tuttavia, registra nel 2008 un incremento del 32% e in due terzi dei casi riguarda gli uomini. Aumentano anche i padri con lavoro part time e atipico. In un contesto come quello italiano, spiega l’Istat, caratterizzato da una forte presenza di famiglie nelle quali a lavorare è soltanto il padre, che mantiene dei figli eventualmente in cerca di occupazione e il coniuge spesso fuori dal mercato del lavoro, un aspetto preoccupante è la diminuzione del tasso di occupazione dei padri (dall’83,3 del 2007 all’82,7% del 2008), che contrasta con l’andamento crescente dei precedenti tre anni. Emerge tra l’altro anche una minore qualità dell’impiego: tra il 2007 e il 2008 i padri con un’occupazione part time, a termine o con una collaborazione sono 17mila in più, quelli con un’occupazione "standard" 107mila in meno, di cui 73mila tra i 35 e i 44 anni.