Il premier di serie BE ora chi ci salveràdal salvatore Monti?

Il bocconiano era stato lodato, ora i sogni di gloria sono finiti. Se fosse un allenatore lo avrebbero già cacciato

Finora Mario Monti era stato applaudito, riveri­to, lodato. E lui si era illu­so che la sua strada fos­se in discesa. Le sviolinate dei gior­nali producono effetti euforizzan­ti. Ma un conto è la realtà virtuale, un altro è quella del marciapiede. Adesso il premier si sarà accorto che i festeggiamenti ricevuti era­no soltanto attestati di fiducia pre­ventiva, incoraggiamenti gratuiti, una generica approvazione delle sue buone intenzioni. Nulla di più.

I sogni di gloria sono finiti. Il de­classamento subìto venerdì dal­­l’Italia, passata in un baleno dalla serie A alla serie B, è un segnale: il miracolo non è avvenuto. Al con­trario, il nostro Paese si avvicina di più alla Grecia che non alla Ger­mania. La terapia teutonica Monti si è rivelata una strego­neria alla Wanna Marchi. Se un fallimento simile fosse toccato all’esecutivo di centrodestra, Berlusconi sarebbe stato lincia­to. Forse qualcuno avrebbe chie­sto per lui la fucilazione cautela­re e predisposto la seconda edi­zione di Piazzale Loreto.

Al Cavaliere per mesi, addirit­tura anni, furono attribuite le col­pe di tutto, anche della crisi inter­nazionale, delle bolle finanzia­rie, della disoccupazione, dello sfilacciamento delle istituzioni, del debito pubblico. Ora che Monti ci ha trascinati in fondo al burrone, dopo averci promesso il paradiso, i signori commenta­t­ori di pronto intervento non osa­no aprire bocca. Sono imbaraz­zati. E lui, il premier, lo è più di lo­ro. Ci ha ammazzato di tasse, ma non ha cavato un ragno dal bu­co. Ha preso in mano il Paese ma­lato con l’impegno di guarirlo e invece gli è rimasto paralizzato sotto i ferri.
Secondo le agenzie di rating l’Italia è in coma.Prognosi infau­sta. Ci si aspettava una reazione dal bocconiano sobrio. Nulla. È stato sobriamente zitto. Zitto lui e muti i suoi sostenitori sprovve­duti.

L’uno e gli altri sono attoni­ti, increduli; forse hanno capito - speriamo - che la tragedia na­zionale è una appendice di quel­la europea, che l’epicentro del si­sma finanziario non è Roma, ma Bruxelles, dove regna il mara­sma senile di un’Europa velleita­ria che si ostina a difendere un euro ubriaco e inidoneo, per ov­vie ragioni, di servire e rappre­sentare una ventina di Paesi.
Bisognerebbe rassegnarsi al­l’evidenza: se i governi sono di­versi, come possono avere una moneta in comune? Più le cose sono semplici e meno entrano in testa alla gente, specialmente quella che si dà arie professora­li.

Non è mai successo che un tec­nico abbia raddrizzato una azienda storta. Figuriamoci se un gruppetto male assortito di docenti è in grado di rivitalizza­re una nazione amministrata coi piedi per quaranta e passa anni. Una nazione che ha considerato Giulio Andreotti il miglior fico del bigoncio democristiano, il Pci un partito affidabile (al pun­to da essere votato da oltre un ter­zo degli elettori), la Costituzio­ne sorta dalle ceneri del fasci­smo un dogma imprescindibile, il sindacato un esercito in difesa dei lavoratori, la Chiesa un pun­to di riferimento politico ( non so­lo morale). Una nazione che si è data un welfare senza avere i sol­di per pagarselo e ricorrendo al debito pubblico allo scopo di fi­nanziarlo; che ha dato pensioni a chi avesse lavorato 15 anni, 6 mesi e un giorno; che continua a dare pensioni a ciechi che scor­razzano in Bmw; che assicura as­sistenza sanitaria a tutti, inclusi gli evasori fiscali mascherati da poveri; che ha scambiato l’im­piego pubblico per un ammortiz­zatore sociale; che ha il più alto numero di enti inutili e di auto blu.

E ci fermiamo qui per carità di patria. Poi arriva un certo Ber­lusconi che vuole fare la rivolu­zione liberale e la magistratura cerca di ammanettarlo in tutti i modi e, poiché non ci riesce, lo sottopone a un processo dietro l’altro costringendolo a difen­dersi e impedendogli di governa­re, di avere la lucidità per farlo. Ma arriva anche un certo Roma­no Prodi che ci massacra di tasse per farci entrare nella moneta unica, che si rivelerà una poten­te fregatura. Infine arriva perfi­no Mario Monti, l’uomo della provvidenza con la frusta fiscale in pugno e ci flagella. Risultato: dalla A retrocediamo alla B. Se anziché un premier fosse stato un allenatore di calcio lo avreb­bero già cacciato.

Non soddisfatto, il bocconia­no si lancia nelle liberalizzazio­ni. E chi mette sotto per primi? Quei ricconi di tassisti e di edico­lanti e di benzinai. Perché lui l’equità ce l’ha nel sangue. Se i parcheggiatori non fossero qua­si tutti abusivi liberalizzerebbe anche loro. Potrebbe ripiegare sui lavavetri e le mignotte di stra­da, trascurando quelle delle ban­che che sono in odore di santità. Se questo è il salvatore, chi ci salva da lui?