Il presidente Berneschi: «Si fa troppo poco per il lavoro ai giovani»

È il «solito», imprevedibile e incontenibile Giovanni Alberto Berneschi, presidente di Banca Carige, a colorire di battute sferzanti e giudizi «politicamente scorretti» qualsiasi appuntamento, convegno o dibattito lo veda presente (e attivo partecipante). È successo anche ieri, in occasione del convegno Carige-Effebi dedicato alle «Riflessioni dall’assemblea della Banca d’Italia: il sistema delle banche e il mercato del lavoro», cui hanno preso parte il viceministro del Lavoro e delle Politiche sociali Michel Martone, Adalberto Alberici dell’Università di Milano e Sda Bocconi, e il presidente dell’’Associazione Effebi Pier Paolo Cellerino. «La creazione di posti di lavoro per i giovani è una priorità nazionale irrisolta. Avrei speso qualche soldo in più nella riforma del lavoro» attacca immediatamente Berneschi. E aggiunge: «Tutti parlano di lavoro, ma non vedo soluzioni concrete. Per la crisi del ’29 l’Italia creò l’Iri, l’Imi, la Banca d’Italia. Se oggi non creiamo di nuovo le condizioni per creare lavoro, non usciremo mai dalla crisi. I giovani, poi, in Italia non sanno più cosa fare, non si iscrivono nemmeno più all’Università». Sull’euro Berneschi è, se possibile, ancora più esplicito: «Ora siamo nell’euro e cerchiamo di remare per rimanerci. Penso che non sia auspicabile, ma siamo in libertà e ognuno dice quello che vuole. Tuttavia, certi segnali che stanno arrivando non sono da sottovalutare. Io non ho preso ridendo le dichiarazioni di Berlusconi, a proposito della necessità di stampare carta moneta da parte della Banca d’Italia. Sta succedendo qualcosa e circolano voci brutte. Il Governo deve prendere sul serio questi segnali». La conclusione è lapidaria: «Non so come vincere le resistenze della Germania - sottolinea Berneschi -. In un secolo in Europa abbiamo fatto tre guerre, quella che stiamo vivendo ora è una guerra economica, siamo in una situazione drammatica. Speriamo che tutti abbiamo buon senso, come il governatore della Banca centrale Mario Draghi». Ma c’è ancora spazio per «l’agenzia di rating a livello europeo che non è la soluzione. Il Giappone va male? Paga l’Europa. L’America va male? Paga l’Europa. La Spagna va male? Paga l’Europa. Un popolo di 10 milioni di abitanti come la Grecia, che secondo me è scandaloso aver abbandonato, va male? Paga l’Europa, e l’Italia in particolare. Non si può andare avanti così».