IL PRIGIONIERO E BARBABLÙ Il dittico della segregazione

Sul podio Daniel Harding. Due gli scenografi: Ferdinand Wögerbauer e Gianni Dessì per differenziare gli allestimenti

Luigi Dallapiccola è un istriano che parte dalle suggestioni multietniche delle terre di confine, passa al linguaggio diatonico e quindi, partendo dalle conquiste della vecchia generazione dell'Ottanta, si libera dai complessi nazionalistici e trova la sua strada sotto l'ala shönbergiana. Si tratta del compositore che dà una svolta alla nostra musica introducendovi la serialità e fungendo da trait d'union tra modernismo nostrano e avanguardie del dopoguerra. Nell'opera Il prigioniero, un prologo e un atto (1944-48), come del resto in Canti di prigionia (1938-41), i temi sono la libertà e la commossa partecipazione all'angoscia del nostro tempo. Il Prigioniero nasce tra le turbolenze emotive degli ultimi anni di guerra. Il libretto, di mano dello stesso autore, è tratto da un racconto di Villiers de l'Isle-Adam e risente di quell'atmosfera e dall'esperienza personale. L'atto unico è introdotto da un Prologo che propone la figura della madre. E' una mater dolorosa che si reca a visitare il figlio imprigionato dall'Inquisizione. Mentre una diffusa coralità conferisce un taglio da sacra rappresentazione. L'impianto drammaturgico oratoriale è sottolineato dalla regia di Peter Stein che resta sempre fedele al libretto sottolineando l’inutilità dell’auto da fè finale del tutto fine a se stesso. I tre Ricercari commentano l’interminabile fuga del protagonista che vede la luce e invece è la morte. Particolare la sensibilità timbrica. Il lessico è violento e avanzato. I personaggi sono tre e l'azione statica. Stein riesce a conferire spettacolarità con il passaggio di processioni di monaci che sono contro figure del coro sistemato tra le quinte. La madre visita dunque il figlio che ingannato dall’amicizia del carceriere che altri non è che l’inquisitore. Stein realizza un rogo virtuale con raffinate proiezioni. Andata in scena Al Maggio Musicale Fiorentino nel maggio del 1950 l'opera, che entra alla Scala dodici anni più tardi, è oggi praticamente una prima moderna.
Il dittico alla Scala si completa con Il castello del duca Barbablu' (Budapest, maggio 1928), l'unica opera di Béla Bartók. E'un dramma in un atto di ampia valenza simbolica, accomunato a tutte le fiabe primi Nove dalla moda della rilettura psicoanalitica. Non a caso il testo di Béla Balász è tratto da Maeterlinck (Ariane et Barbleu), il librettista di Strauss. L'atmosfera è simbolico-impressionista Sebbene non manchino momenti di violenza espressionista. Come accade nel moravo Janácek anche l'ungherese Bartók si preoccupa del rapporto parola -musica. Resta la matrice folklorica. L'azione, come anche nel Prigioniero, nasce dal buio più totale. La storia di Judit e Barbablù diventa la proiezione dell amore impossibile. Judit, la moglie, vuole la luce, pretende l'anima del suo sposo, cioè la sette porte. Ma, tutte irrorate di sangue, la prima è tortura, la seconda armi, la terza tesoro, la quarta giardino, la quinta prato. La sesta è un lago di lacrime e nella settima appaiono le larve delle spose. E anche Judit non sarà destinata al nulla della non memoria. Barbablù manca dalla Scala dall'81. Sul podio Daniel Harding. La Regia è di Peter Stein, che pretende due distinti scenografi: Ferdinand Wögerbauer e Gianni Dessì allo scopo di differenziare i due lavori.
Il prigioniero

e Il castello del duca Barbablù
Dal 18 al 30 maggio
Teatro alla Scala
Informazioni: tel 0272003744