Proclami Br sul web: "Viva la rivolta armata"

Da giorni su <em>Facebook</em> oltre 150 seguaci inneggiano indisturbati al
gruppo terrorista della stella a cinque punte: &quot;Non serve minacciare a
parole, bisogna colpire le persone&quot;. Nel mirino il premier Berlusconi e
il ministro Maroni

Gli esaltati son tornati. Nel 2009 usano il computer, ma non è un videogioco. Nemmeno uno scherzo: c’è da preoccuparsi. Altro che ciclostile e inchiostro appiccicato sui polpastrelli, oggi le dita basta farle battere sulla tastiera. Vuoi vedere che nella Rete circolano tanti nostalgici affezionati a passamontagna e P38? Infatti. Sono gli «amici» delle Brigate rosse. Il mercatino vintage dell’odio ideologico torna di moda sulle pagine web di Facebook, luogo di incontro virtuale tra milioni di persone. La tecnologia, come si dice, è sempre neutra. Peccato che gli imbecilli invece si schierano. E poi che noia la domenica sera chiusi in casa, perciò ieri erano più o meno in 160 a discettare allegramente di rivolta contro il «sistema».

A scervellarsi per trovare il modo giusto di ribaltare quest’Italia «che è un po’ una cacca». Al raduno, con l’imprescindibile bandiera rossa e stella a cinque punte, può iscriversi chiunque quando vuole. Indisturbato, senza controllo. Il sito lo amministrano in quattro, uno si fa chiamare «Compagno proletario». Poca fantasia nei nomignoli, forse. Strano, perché nelle discussioni capita di leggere ogni tipo di delirio.

Lo slogan recuperato dalla naftalina è «100 fiori son sbocciati, sono 100 gruppi armati», ben messo in cima al forum. Che attenzione, dichiarano orgogliosi i partecipanti, è già stato rifondato per la quinta volta. Naturalmente ha una mission, un tempo dicevano obiettivo, in qualche modo occorre aggiornarsi. Magari per riscrivere la Storia, tanto da arrivare a inneggiare: «Le Brigate rosse sono la più forte formazione rivoluzionaria che abbia mai calcato le scene della nostra storia repubblicana, un gruppo che con le sue azioni spesso sanguinose e clamorose ha caratterizzato la cronaca politica e giudiziaria dello Stivale per almeno 15 anni». Eccone elencati i meriti: «Hanno capito che non serve a niente minacciare a parole e di tanto in tanto esplodere durante uno sciopero. Ma hanno capito anche che i padroni sono vulnerabili nelle loro persone, nelle loro case, nella loro organizzazione, che gruppi clandestini di proletari organizzati e collegati con la fabbrica, il rione, la scuola e le lotte possono rendere la vita impossibile a questi signori... ».

Follia? Vaneggiamenti da ricovero coatto? Macché, davanti al pc sono tutti d’accordo. Apre le danze il compagno Alocin, idee contorte ma molto chiare: «La democrazia è una parola vuota e priva di significato in un sistema capitalista, è una stronzata immane». Ora che il termine l’ha sdoganato persino il presidente della Camera, mica qui si fanno problemi di lessico. Materia da mandare in estasi un altro membro agguerrito e piuttosto revisionista: «Per me questo gruppo è bellissimo, è libertà di parlare. Io sono un compagno e condivido la prima idea delle Br, cioè quella della lotta in qualsiasi modo... Moro non è stato ucciso dalle Br ma dallo Stato!». Argomento evergreen, eppure per qualcuno il repertorio va rimodulato su fatti più recenti. C’è la consueta sfilza di insulti e minacce rivolti a Mario Placanica, il carabiniere che ferì a morte Carlo Giuliani durante gli scontri del G8 di Genova nel 2001.

Ma questa, in fondo, è roba già vista sui blog frequentati dai fan di Travaglio. Oggi stuzzica parecchio livore represso la faccenda delle lettere d’intimidazione spedite ad alcuni organi di stampa, tra cui il Giornale, da sedicenti «Nuclei di azione territoriale». Il ministro dell’Interno Roberto Maroni ha rinnovato l’allarme per il rischio - concreto - che il Paese ripiombi nella spirale della violenza. Scenario che, manco a dirlo, eccita gli iscritti. «Tutti uniti per la lotta proletaria, facciamo vedere al mondo che il comunismo non è mai morto», aizza Neftali. Se altri però minimizzano, è solo per sostenere che quei volantini «se li è scritti da solo Maroni». Intanto Rosalinda guarda al risultato: «Be’, una lancia a favore la dobbiamo spezzare: si sono cagati sotto. Berlusconi da una settimana dorme a Palazzo Chigi... ».

Rigurgiti sembrati fin troppo eloquenti a numerosi frequentatori - senza eskimo - di Facebook i quali, indignati, ci hanno segnalato il caso. Un mese fa il Guardasigilli Alfano aveva sollecitato un’inchiesta della Procura di Roma su quei gruppi impegnati a «uccidere Silvio». Adesso i «neobrigatisti» versione 2.0, forse prima di alzarle, mettono le mani avanti. Quindi avvertono: «Condividere l’analisi di un’organizzazione rivoluzionaria di guerriglia - anche se compiute in violazione della legge penale italiana - non costituisce reato». Nessuna marcia indietro: «Qualunque minaccia di denuncia nei confronti di qualsiasi membro del gruppo è priva di alcun fondamento giuridico e va pertanto ignorata». Il linguaggio non fa una grinza. Complimenti, in via Gradoli sarebbero stati fieri di loro. E per una volta non parliamo di Brenda e i suoi amichetti.
giacomo.susca@ilgiornale.it