Prof fannullone assente da scuola per 20 anni

Centinaia di volte "in malattia" e intanto era al mare a Messina: la Corte dei conti gli chiede un risarcimento da 125mila euro. Artrosi e dolori: 36 permessi da due settimane in Sicilia. Ma la scuola era a Milano

Milano - E poi dice che l’aria di mare fa bene alla salute. Falso. Roba da stendere, l’aria di mare. Febbre e faringiti. E lascia stare l’artrosi cervicale. Insopportabile e recidiva. Provateci voi a combattere contro i dolori. Quando è troppo non ha senso fare gli eroi. Allora, niente lavoro e a casa in malattia. Il lavoro, a Milano. La malattia, in Sicilia. Fronte mare a Patti Marina, provincia di Messina. Il professor M. si cura così. Un giorno a letto, con vista sulla spiaggia. Un altro. Un terzo e poi un quarto, tanto il quinto è il suo giorno di riposo, e a fare la somma è un piccolo ponte. Perché la salute innanzitutto, metti una ricaduta. E in effetti, di ricadute ce ne sono state parecchie.

Storia di un insegnate «fantasma», e di un istituto tecnico milanese che quel fantasma l’ha visto poco o punto. Una vicenda che è diventata pubblica dopo l’intervento di Pietro Ichino, docente di Diritto del lavoro all’università Statale, che in un articolo sul Corriere della Sera dell’ottobre di due anni fa aveva sollevato il caso del «professore fannullone». Ora, il caso è arrivato al redde rationem. Nell’udienza di ieri, infatti, la Procura della Corte dei conti per la Lombardia ha formalmente chiesto la condanna di M. al pagamento di 124mila e 200 euro di risarcimento all’amministrazione scolastica. Più precisamente, 65mila e 938 euro per il danno causato - si legge nell’atto di citazione - «dall’ingente monte ore non lavorate dal docente negli anni considerati», e 58mila e 261 per i costi sostenuti dal ministero: mancata prestazione del servizio, visite fiscali, supplenze con docenti esterni, ore di straordinario pagate ai colleghi interni che hanno dovuto sostituirlo. L’eventuale condanna si saprà solo al deposito della sentenza, previsto tra qualche settimana, ma è un «filotto» che rischia di costagli assai caro. Soprattutto se verrà accolta la richiesta del procuratore Domenico Spadaro, che in aula ha invocato «una sentenza coraggiosa per stabilire un principio che argini un fenomeno vergognoso». «Meglio una sentenza giusta - la replica del difensore di M., l’avvocato Tomaso Songini - la documentazione medica prodotta dall’insegnante ha sempre giustificato le sue assenze».

Sarà. Fatto sta che la carriera di M. vive di alti (pochi) e bassi (molti). Di malattie e ricadute che nel biennio 2002-2004 sono quasi una peste. E che inizia trent’anni prima. Il professore, che insegna economia aziendale, entra nell’istituto tecnico «Moreschi» nel 1976. Annata buona, quella, praticamente irreprensibile. Il registro della scuola conta solo 5 assenze. È giovane, M., e la salute lo assiste. L’anno successivo, raddoppia. Dieci giorni di malattia. Che diventano 11 nel 1983, 18 nel 1989, 31 nel ’90, 42 nel 95. Ancora, nel biennio 2000-2001, ottiene 80 giorni di congedo parentale, più 42 per malattia. Poi, la «svolta cervicale». Centosettantuno giorni di assenza nel 2002-2003, e 144 nel 2003-2004. Quindi, «solo» 29, 35 e 57. Le proporzioni le fa il procuratore. «Nel 2002-2003 il totale di assenze accumulate dal docente è stato di 354, corrispondente al 71,5% dell’orario di servizio nelle classi a lui assegnate. Nel 2003-2004, di 355 ore, pari al 58,9%. Nel 2004-2005, di 93 ore (il 18,2%). Una percentuale inferiore a quella degli anni precedenti, ma va rilevato che il professore ha programmato le sue assenze per periodi tali da vincolare il capo d’istituto a non procedere alla nomina di un supplente, con il risultato di una grave improduttività dovuta a una condizione didattica discontinua».

Perché l’altra faccia della medaglia sono gli studenti. E le prime lagnanze arrivano nell’87. Un avvertimento scritto da parte della scuola. Dieci anni dopo, un’ispezione richiesta dalla preside, e le denunce dei genitori degli studenti che parlano di un «numero elevatissimo di assenze», di «gravi difficoltà e carenze di apprendimento lamentate dagli studenti e confermate dalle valutazioni insufficienti riportate da intere classi», «scarso numero di valutazioni», e avanti. Una censura nel 2003, e una sospensione di 15 giorni l’anno successivo, un’altra ispezione nel 2005. La bolla scoppia. Così, con lentezza esasperante, la macchina ministeriale si mette in moto. Di licenziamento, neanche a parlarne. La Sezione disciplinare del consiglio nazionale della Pubblica istruzione (organo anche di tutela sindacale) decide il trasferimento per «incompatibilità ambientale». Una soluzione soft. E se un primo non basta (M. colleziona assenze anche nel nuovo ufficio), il Consiglio rilancia con un secondo. Niente. Il professore oppone un rifiuto. «Basta spostamenti!». Così scatta il provvedimento. Nel febbraio 2007 l’insegnante è dichiarato «decaduto dal servizio».

Fine di una carriere, ultimo atto dell’impari lotta tra un uomo e l’artrosi cervicale. E se la statica della malattia è lineare, la meccanica sbalordisce. La spiega Spadaro. Perché se il giorno libero del professore era il mercoledì, la malattia cadeva «sistematicamente» il martedì o il giovedì. O il lunedì, ad allungare il fine settimana. Oppure, un classico da 10 giorni di malattia fino al 20 dicembre, che poi è vacanza e se ne riparla il 7 gennaio. Anzi l’8, perché il 7 è mercoledì. E il mercoledì è il giorno di riposo. Ancora, considerate le 43 assenze di un anno scolastico, per 36 volte il professor M. si è ammalato per periodi anche fino a 15 giorni in quel di Patti Marina. Sul lungomare messinese, per capirsi. I certificati medici parlano di febbre, faringiti, e - appunto - artrosi cervicale. Brutta bestia, la cervicale. E non sarà un caso se le restanti 7 assenze per malattia che ha consumato a Milano sono state di un solo giorno per volta. È chiaro, a Milano non c’è il mare. E il mare, s’è capito, fa male alla salute.