Proposta folle e dannosa per le piccole imprese

La formula più subdola di protezionismo è quella di riservare per legge, o in qualche altra forma statuale e dunque coercitiva, posti di lavoro a impiegati con una particolare nazionalità: la propria evidentemente. L’ipotesi non è remota. In Inghilterra è stato fatto un gran baccano per una pattuglia di operai italiani, colà impiegati. Da queste parti, la Lega, ma non solo, alimenta il demone nazionalista:quandosi dice le contraddizioni della storia.

C’è una prima questione metodologica. Cosa vuol dire nazionalità? Quali sono i suoi confini? Per un’impresa trentina è più vicino un austriaco o un pugliese? E come arginare la pulsione seguente? E cioè quella di restringere il perimetro non già alla nazione, ma visto che ci siamo, alla regione. Niente meridionali a Torino. E perché non pensare alla dimensione comunale. Che al Monte dei Paschi siano dunque riservati solo posti per senesi. Non stiamo raccontando l’allucinante, ma ciò che ha caratterizzato l’Italia per secoli. Tracciare i confini del perimetro buono, una volta stabilito che il lavoro non è astrattamente riservato ai più abili, ma ai più vicini, è arbitrario.

Prendiamo per buona l’assunto iniziale: lavoratori italiani per imprese italiane. Ci sono almeno due ragionamenti che fanno pensare alla follia di una tale proposta. Il primo riguarda i numeri. In Italia, secondo l’Istat, ci sono circa 3,4 milioni di stranieri residenti. La metà è stabilmente occupata: per la gran parte con un posto di lavoro a tempo indeterminato. Secondo le recenti elaborazioni della Fondazione Leone Moressa, il 68% di costoro lavora in microimprese e per la quasi totalità in aziende con meno di 50 dipendenti. Non alla Fiat o alla Merloni, dove pure ci saranno impiegati stranieri, ma in quelle piccolissime aziende che fanno (si dice) la ricchezza italiana. E in cui l’occhio del padrone è direttamente presente in bottega.

Si legge ancora, nel rapporto della Fondazione: «L’esame della distribuzione degli occupati segnala che in linea di massima gli stranieri sono impiegati in mansioni di contenuto professionale più modesto». L’89% sono operai. Non stiamo parlando di quella zona grigia di badanti e colf che sono praticamente monopolizzate da stranieri, più meno regolarizzati, ma di operai in aziende manifatturiere. L’equazione, illiberale, di togliere lavoro a costoro per restituire lavoro agli italiani, è semplicemente errata. Non gira, non funziona. Sono posti di lavoro che gli italiani semplicemente non vogliono più svolgere.

In una recente assemblea dei giovani artigiani, il presidente Marco Colombo, si chiedeva: «Ma per quale motivo non riusciamo a trovare operai, falegnami, elettricisti, carpentieri? E nel contempo vediamo migliaia di giovani impiegati nei call center?». Nell’osservatorio sul lavoro, fatto proprio in quell’occasione, il settore artigiano denunciava un deficit di 50mila lavoratori. Prima di cacciare gli operai stranieri dalle fabbriche italiane, forse converrebbe occupare quelle caselle che oggi il mercato richiede e non ottiene.

Vi è infine un secondo ragionamento di principio. E che è alla base delle nostre argomentazioni. Il criterio con cui un’impresa assume è quello del suo interesse: svolgere al meglio il proprio lavoro, creare ricchezza che verrà poi redistribuita con le imposte. Quando c’è da scegliere un impiegato, l’imprenditore si porterà a casa ciò che di meglio trova a parità di prezzo. Questa banalità non è valsa per la pubblica amministrazione, e i risultati si vedono. Ma per un’azienda privata è una legge a cui non si sfugge. Già la burocrazia e le norme si impicciano molto più del dovuto degli affari aziendali. Impongono tasse alte, controlli costosi, servizi ridicoli. Non resta che ci impongano il luogo di nascita dei nostri addetti.

È evidente chetutto ciò potrebbe essere fatto in modo delicato: ad esempio con sconti fiscali, detrazioni e quant’altro gli strumenti dell’ipocrisia fiscale riusciranno ad individuare. Ma resta il principio. Preoccuparsi della nazionalità dei lavoratori è un falso problema. Il tema fondamentale è rendere produttivo, al meglio, il sistema imprenditoriale.
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